Arte Verde
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- Scritto da Andrea Vitali
Sofu Teshigahara è nato ad Osaka nel 1900, come primo figlio dell'artista “Ikebana” Wafu Teshigahara. Sofu Teshigahara prese le distanze dal padre che interpretava l’Ikebana, secondo lui, in maniera tradizionale. Nel 1927, quando tutti credevano che praticare ikebana significasse seguire forme stabilite, Sofu Teshigahara, fece in modo che l'Ikebana diventasse un arte creativa e fondò la scuola Sogetsu.
Sofu non ha mai deviato dai principi base che distinguono Ikebana da altre forme d’arte floreale: cogliere ed esprimere la sensazione della materia per evocare la terza dimensione e l'equilibrio asimmetrico. Il concetto più importante del suo insegnamento era quello di tenere i principi dell’arte ikebana e di cambiare invece sempre la forma. La sua ferma convinzione che l'Ikebana era forma d’arte e non solo decorazione, ha fatto si che venisse riconosciuta come arte nel mondo intero e non solo in Giappone. Sofu Teshigahara, per tutta la sua vita, ha tenuto mostre e dimostrazioni in Giappone, Europa e Stati Uniti e ha portato ikebana ad essere considerata una cultura di livello mondiale. Sofu Teshigahara, considerato ormai oggi un artista conteporaneo di livello mondiale, continuò fino alla sua morte (1979) con una vasta attività creativa come la scultura e la pittura.
Ikebana, la cui traduzione letterale è fiori viventi, è chiamato anche nel linguaggio più desueto kadō 華道”.
Arte verde è una rubrica curata da AnneClaire Budin
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Camille Henrot: "È possibile essere rivoluzionari e amare i fiori?"
Hai anche sentito la frase "Ikebana is art!" E ti sei chiesto cosa significhi veramente?
Dall'avvento dell'ikebana contemporanea, e specialmente dopo la seconda guerra mondiale, la discussione è stata influenzata da una comprensione occidentale dell'arte.
Dall'essere una forma d'arte contemplativa e altamente regolata, governata dalla tradizione, ora è spesso intesa come mezzo di autoespressione e creatività individuale e le opere di ikebana sono state incorporate in installazioni di concept art.
Camille Henrot, un'artista francese che vive a New York, è forse l'esponente più noto di questo fenomeno. Nel biennio 2011-2013 ha lavorato al progetto "È possibile essere rivoluzionario e amare i fiori?", esposto per la prima volta a Parigi, e successivamente al New Museum di New York.
Henrot è un esperta di questa forma d'arte e ha studiato nella scuola Sogetsu di ikebana. Seguendo l'idea che l'ikebana e libri sono legati come portatori di linguaggio ma anche nella loro funzione di "consolare l'anima", ha creato più di 100 combinazioni in omaggio ai libri che compongono la sua biblioteca personale. Alcune delle creazioni di ikebana sono state poi esposte e fotografate. Con questo processo i libri sono soggetti a "diventare fiori".
Riassegnando i codici ikebana tradizionali, Henrot usa i nomi latini e comuni dei fiori, i nomi progettati per il loro sfruttamento commerciale, il loro potere farmacologico e talvolta anche la storia dei loro viaggi. Ad esempio, nel pezzo ikebana che rende omaggio al libro Caractère fétiche de la merchandise (La natura feticistica dei beni di consumo) usa una rosa chiamata "libertà" e tre garofani.
Il linguaggio codificato nel lavoro di Henrot ricorda i messaggi allegorici nei vecchi dipinti europei, dove oggetti e fiori sono aggiunti alla composizione per raccontare una storia codificata.
Quindi cosa succede all'ikebana quando non è più una forma d'arte in sé, ma è incorporata in un'installazione? Ci sono delle somiglianze tra l'ikebana e l'arte dell'installazione. Ad esempio, l'ikebana è sempre specifico di un luogo o almeno sensibile ad esso. Ma ci sono anche differenze, la concept art si occupa di un'idea, un concetto, mentre l'ikebana parte dai materiali stessi, lavorando verso un'espressione concettuale.
Le installazioni di Henrot sono state classificate come "sculture ispirate all'ikebana". Parlandone li chiama "ikebana eterodossa", deliberatamente basata su certe ingenuità e persino interpretazioni errate dei fondamenti dell'ikebana: "Mi piace rimuovere segmenti di cultura in modi parziali e incompiuti per farli crescere nel fertilizzante del mio lavoro "

Arte verde è una rubrica curata da AnneClaire Budin
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L'artista australiano Jamie North indaga il rapporto uomo-natura focalizzandosi sul legame fra architettura e piante. Pilastri di marmo e cemento, rappresentanti vecchie rovine, sono poeticamente invasi dalla forza delle piante: l'effimera opera umana si trova così faccia a faccia con il flusso vitale della natura, capace continuamente di rigenerarsi e crescere anche in luoghi all'apparenza inospitali.
Le opere di North cambiano continuamente dato che le piante al loro interno crescono e l'artista stesso documenta tale crescita, come a suggerire la dicotomia interiore della sua arte: la convivenza di sviluppo e rovina. Con una grande conoscenza botanica e un'attenta cura, North ha riempito i suoi pilastri (tutti provenienti da materiali di scarto o sottoprodotti industriali) di piante autoctone australiane, come viti rampicanti e orchidee.

testi di Anna Lazzerini
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Per questo caldo mese di agosto, Arte Verde vi regala un po' di meritato relax con le fresche e colorate illustrazioni di Mia Charro. Illustratrice spagnola, Mia dichiara apertamente il suo amore per la natura, le belle arti, le fiabe e tutto ciò che c'è di magico.
Colori vivaci, acquarelli, digital art e soprattutto molti elementi floreali: questi gli ingredienti delle opere dell'artista. La vivacità di queste illustrazioni nasce dall'intreccio dell'antica saggezza della natura col suo lato selvaggio. Un connubio che Mia esprime con semplicità e colore trasmettendo una bella sensazione di relax, soffice come l'erba sotto i piedi e rasserenante come il suono delle onde.

testi di Anna Lazzerini
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- Scritto da Andrea Vitali
Quando una mostra diventa un vero e proprio esperimento scientifico: ecco The Florence Experiment, il nuovo progetto site-specific dell'artista Carsten Höller e dello scienziato Stefano Mancuso, a cura di Arturo Galansino. In esposizione a Palazzo Strozzi fino al 26 agosto 2018, l'esperimento unisce in modo originale arte e scienza e coinvolge i visitatori mostrando loro l’incredibile (e spesso sottovalutata) interazione tra piante ed esseri umani.
Due monumentali scivoli colpiscono subito i visitatori: una discesa di 20 metri di altezza dal loggiato del secondo piano al cortile, da percorrere portando con sé una pianta di fagiolo (di cui si potrà vedere poi la reazione), e uno spazio laboratoriale nella Strozzina, collegato alla facciata del Palazzo. Qui si potranno veder crescere piante di glicine rampicanti disposte su strutture a forma di Y: su un braccio della Y viene rilasciata “l’aria della paura” dei visitatori che hanno visto scene di film horror, sull’altro “l’aria del divertimento” dei visitatori che hanno invece visto scene comiche in una delle due sale cinematografiche.
Carsten Höller, artista noto per le sue riflessioni sul rapporto tra arte, scienza e tecnologia, collabora con Stefano Mancuso, fondatore della neurobiologia vegetale, che studia l’intelligenza delle piante come esseri complessi dotati di straordinaria sensibilità.
Ma come comunicano le piante? Esse sono in grado di comunicare con l’ambiente esterno attraverso i composti chimici che riescono a percepire ed emettere. The Florence Experiment ci permette dunque di leggere queste emozioni, con l'intenzione di creare una nuova consapevolezza sul modo in cui vediamo, conosciamo e interagiamo con un organismo vegetale.

testi di Anna Lazzerini




