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A Olea 2012, all’Istituto agrario Anzilotti di Pescia il 7 dicembre, sono intervenuti Maurizio Servili e Luciana Baldoni, coordinatori del PROGETTO CHE HA PORTATO A UN nuovo «sistema di rintracciabilità evoluto» dell’origine degli oli, presentato ufficialmente da Unaprol due giorni prima a Roma. Oreste Gerini, direttore dell’Icqrf DI FIRENZE, ha comunicato che i controlli anti frode nel 2011 in Toscana sono stati 450. Servili spiega perché crede nella valorizzazione della filiera olivicola tramite l’alta qualità, in linea con la recente bozza di decreto ministeriale per l’istituzione del Sistema di qualità nazionale (Sqn) Olio Extra Vergine di Oliva, che fissa parametri fisico-chimici più stringenti per gli oli italiani di qualità superiore. E sull’olivicoltura “bio” sottolinea che non aggiunge niente dal punto di vista qualitativo e chimico all’olio, a parità di altre condizioni.
«E’ un modello che serve a lanciare delle allerte su prodotti che vengono considerati italiani ma che magari italiani non sono. Quindi è un sistema che mettendo insieme analisi chimiche più analisi molecolari e rielaborandole con un sistema statistico evoluto dà un’attribuzione ed evidenzia l’alta o bassa probabilità che l’olio provenga realmente dalla zona che viene dichiarata».
Così Maurizio Servili, in margine all’edizione 2012 di Olea il 7 dicembre all’Istituto tecnico agrario Dionisio Anzilotti di Pescia, ha sintetizzato a Floraviva in cosa consiste il «sistema di rintracciabilità evoluto» elaborato da un gruppo di ricercatori dell’Università e del Cnr di Perugia, da lui coordinati insieme a Luciana Baldoni (anche lei presente a Olea 2012) e a Luciano Cruciani, che è stato presentato ufficialmente due giorni prima a Roma presso il Comando Carabinieri Politiche Agricole. Il sistema, realizzato nell’ambito di un progetto di Unaprol (il Consorzio olivicolo italiano) con un cofinanziamento del Ministero delle politiche agricole, mette insieme, come spiegato nel comunicato di Unaprol del 5 dicembre, «nuovi metodi di analisi per distinguere l’origine e le diverse varietà (cultivar), presenti negli oli extra vergine di oliva».
«In pratica – si legge nel comunicato - hanno affiancato la rintracciabilità dei documenti a quella di alcuni macro e micro componenti contenuti nell’olio extra vergine di oliva che permettono di stabilire l’origine genetica e geografica degli oli di oliva. Dall’analisi di tali composti, sviluppata su un numero rilevante di campioni di sicura origine nazionale, è stato elaborato un modello statistico in grado di validare con buona approssimazione la provenienza nazionale dell’olio». «La ricerca Unaprol–Mipaaf – si legge ancora - in particolare ha permesso di sviluppare un metodo di analisi molecolare dell’olio basato sull’impiego di marcatori Dna. Attraverso questa procedura si è in grado di distinguere varietà di olivo non italiane dei Paesi dai quali vengono importate grandi quantità di olio. Il metodo è stato applicato su diversi campioni di origine italiana consentendo di accertare l’assenza di contaminazione con varietà provenienti da Spagna Grecia e Tunisia. Il progetto […] ha permesso inoltre di implementare un sistema di gestione (G.I.S.) in grado di fornire in tempo reale, in risposta ad una interrogazione con un campione incognito, la rispondenza, con diversi gradi di attendibilità, sulla provenienza del prodotto».
Ed è proprio di alcuni aspetti di questo complesso sistema di analisi degli oli d’oliva che hanno parlato Maurizio Servili (Università di Perugia) e Luciana Baldoni (Cnr di Perugia) nei loro interventi all’incontro presso l’Istituto Anzilotti di Pescia (vedi anche nostro articolo “La ‘Tracciabilità e rintracciabilità degli oli’ a Olea 2012”), intitolati rispettivamente: “Tecnologie e biotecnologie degli alimenti: la qualità e la rintracciabilità analitica dell’olio”, “Riconoscimento della composizione varietale degli oli extravergine di oliva mediante test del DNA”. Incontro che, come ha ricordato la preside dell’Istituto Siriana Becattini aprendo i lavori, è un appuntamento fisso che ogni anno la scuola dedica a temi riguardanti il mondo dell’olivicoltura e dell’olio, che sono centrali per l’economia pesciatina. E che aveva fra i relatori anche Fabrizio Filippi, presidente del Consorzio per la tutela dell'Olio Extravergine di Oliva Toscano IGP, che ha presentato “L’esperienza e le prospettive dell’Igp toscano”, e Oreste Gerini, direttore dell’ufficio fiorentino dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) del Ministero delle politiche agricole.
Quest’ultimo, sentito dopo il suo intervento intitolato “Le frodi nel settore degli oli di oliva”, in cui aveva illustrato la ricca e fantasiosa casistica di trucchi, infrazioni e reati commessi in questo ambito, ha fatto sapere che nel 2011 in Toscana sono stati effettuati 450 controlli che hanno portato a una ventina di contestazioni di infrazioni amministrative, mentre a livello nazionale i controlli sono stati 5825 e le contestazioni circa 600. «L’olio – ha commentato Oreste Gerini - in Toscana, dopo il vino, è il settore più controllato. E di illeciti ne vengono trovati tanti, però soprattutto documentali. Dal punto di vista analitico grandi elementi non ci sono. Naturalmente ci sono stati i casi recenti di cronaca». «Il settore oleario – ha spiegato - è da sempre un settore in cui le frodi sono state molte. Attualmente sono ancora presenti sicuramente la frode della deodorazione, ossia l’eliminazione di cattivi odori e sapori, la frode della colorazione di oli di semi con clorofilla; e poi soprattutto ci sono le frodi sulla diversa origine del prodotto rispetto a quella dichiarata». A ciò vanno aggiunte le molte «etichette borderline», che «però non sono frodi»: «sono etichette assolutamente regolari e dovrebbe essere la cultura del consumatore a permettergli di capire quello che dice l’etichetta relativamente all’origine dell’olio e quello che magari invece è solo un marchio commerciale».
«L’analisi molecolare degli oli – ci ha spiegato Luciana Baldoni semplificando i contenuti della sua relazione - è basata sul principio che nell’olio si conserva il Dna delle varietà da cui è stato estratto. E quindi analizzando quel Dna è possibile risalire a quali sono le varietà che sono state impiegate per farlo o, nel caso di frodi e quindi di miscelazioni con oli di altre specie, anche accertare appunto la presenza di queste altre specie. E’ una tecnologia in evoluzione: sono stati messi a punto già i protocolli per estrarre il Dna dall’olio. Si riesce ad estrarre Dna anche da oli rettificati, filtrati, deodorati, ecc., anche se in quantità veramente minime, e il Dna è molto frammentato. Non si possono utilizzare i marcatori che sono stati impiegati per la caratterizzazione della varietà. Quindi bisogna fare un progetto specifico per identificare nuovi marcatori che siano adatti per questo scopo e che devono essere varietà-specifici o specie-specifici».
Luciana Baldoni ha poi ricordato in cosa consiste il progetto Olviva: «un progetto interregionale che ha coinvolto quasi tutte le regioni olivicole, tranne l’Abruzzo, l’Emilia Romagna e il Veneto, che prevedeva diverse attività. E, per quanto riguarda questo aspetto dell’identificazione delle varietà, l’identificazione con marcatori SSR o con microsatelliti delle 200 e oltre varietà italiane principali». Si è arrivati cioè a «una banca dati con una scheda per ciascuna varietà e questa scheda è stata registrata al Ministero dell’agricoltura nel registro nazionale delle varietà». Baldoni ha osservato che delle oltre 500 varietà di olivi identificate in Italia con vari metodi fino ad ora, che fanno sì che l’Italia abbia il 42% del patrimonio varietale olivicolo del mondo, almeno 200 potrebbero essere interessanti a fini produttivi. «Oggi il 95% della produzione nazionale viene fatta con 10 varietà, ma in un’ottica di valorizzazione delle varietà locali penso che si potrebbe pensare a circa 200 varietà».
E su questo tema della valorizzazione e difesa dell’olivicoltura italiana - caratterizzata da una biodiversità e una qualità mediamente molto più alte (come confermato anche dalla composizione chimica dei nostri oli extra vergine) ma anche da costi di produzione assai maggiori che nel resto del mondo - abbiamo fatto alcune domande a Maurizio Servili.
Come possiamo difenderci dall’espansione dell’olivicoltura intensiva spagnola o nord-africana?
«La strategia nostra – ha risposto Servili - è quella di proteggere le produzioni nazionali, o meglio la qualità delle produzioni nazionali. L’unico elemento che differenzia ormai l’Italia dal resto del mondo è il fatto che mediamente l’olio italiano ha una qualità superiore rispetto all’olio che viene importato da altri Paesi. Quindi dobbiamo munirci di sistemi sia giuridici che analitici che ci permettano di proteggere le produzioni di qualità». E a questa esigenza dà una risposta proprio il sistema di rintracciabilità evoluto elaborato dalla sua equipe.
Riguardo poi alla possibilità di far leva sulla ricchezza di cultivar dell’Italia, Servili ha osservato: «già si fa leva su ciò, per chi è in condizione di farlo, perché si lavora sulle dop, sui monovarietali, c’è molto interesse sugli oli monovarietali, un po’ a modello del vino. Perché i monovarietali hanno il vantaggio che in effetti queste differenze che noi abbiamo visto si esaltano, perché se si fanno le miscele, i blend, si tende invece ad avvicinare le posizioni […]. Quindi il monovarietale è la via per l’alta differenziazione del prodotto».
Servili dunque crede nella strategia dell’alta qualità. «E’ l’unica opportunità – dice - perché i costi di produzione in Italia sono minimo tre volte quelli spagnoli, e quindi quattro-cinque volte quelli del sud del Mediterraneo. E quindi su questo non c’è storia. Sulla qualità la storia c’è, perché mettendo insieme alta qualità e differenze e quindi biodiversità, si riescono a produrre prodotti unici che gli altri Paesi non sono più in condizioni di fare. E quindi venduti a prezzi più alti. Questo è il gioco che dobbiamo portare avanti. Anche perché l’olio extra vergine italiano, quello che va sul mercato, saranno 2 milioni di quintali d’olio al massimo, ma proprio a mettere tutto sul mercato quello che non è autoconsumo. Significa che su una produzione [mondiale, ndr] che è di 3 milioni di tonnellate è niente, è una nicchia. E quindi potrebbe essere la nicchia, come nel mercato dell’auto abbiamo la nicchia delle super car, che le pagano però di più di quanto si pagano le auto di serie».
Del resto questa sembra una strada intrapresa anche dal Ministero delle politiche agricole. Che proprio a fine novembre ha fatto passi importanti in tale direzione con la pubblicazione della bozza di decreto ministeriale per l’istituzione del Sistema di qualità nazionale (Sqn) Olio Extra Vergine di Oliva riconosciuto ai sensi dell’art. 22, paragrafo 2 del Reg. (CE) n. 1974/2006: un sistema volontario, con relativo marchio, che dovrà contraddistinguere gli oli di oliva extra vergine italiani di qualità superiore (nel sito web del Mipaaf sono consultabili decreto e disciplinare, con l’importantissima tabella delle proprietà che esplicita i limiti dei parametri fisico-chimici più significativi, più stringenti di quelli dei normali extra vergine: vedi nel verbale).
Sui vantaggi o meno dell’olivicoltura bio, ecco il pensiero di Servili: «dal punto di vista qualitativo» e «della composizione chimica dell’olio» non ci sono differenze fra tecniche biologiche e convenzionali; «a parità di varietà, a parità di ambiente e a parità di stadio di maturazione del frutto danno, lo stesso prodotto». Le differenze sorgono solo «dal punto di vista dell’impatto ambientale della coltura, perché le coltivazioni biologiche comportano comunque una riduzione dell’uso dei pesticidi, dei fitofarmaci – almeno dovrebbero -, e una riduzione dei concimi inorganici».
Lorenzo Sandiford
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La proposta di Cia Toscana di avviare una fase transitoria nel settore vivaistico, posticipando le sanzioni dell’art. 62 della legge sulle liberalizzazioni che stabilisce tempi certi di pagamento, è stata avanzata ieri durante il convegno “Più agricoltura” alla presenza del ministro Catania e degli assessori regionali Salvadori e Marson. Quest’ultima ha anticipato che nella nuova legge di governo del territorio l’attività agricola sarà equiparata alle altre attività produttive. Pascucci ha chiesto anche di aprire un tavolo regionale per definire una cornice di riferimento ai contratti della filiera florovivaistica (anche tra produttori-venditori e produttori-acquirenti).
Le problematiche dell’applicazione al florovivaismo dell’articolo 62 della legge sulle liberalizzazioni, che disciplina i contratti nel settore agricolo-alimentare fissando tempi certi di pagamento (30 giorni per i prodotti deperibili e 60 per quelli non deperibili), sono state uno dei temi caldi del convegno “Più agricoltura. Valorizzazione del territorio, sviluppo dell’economia, crescita del Paese” organizzato ieri a Firenze da Cia Toscana.
Incontro a cui sono intervenuti, oltre a più di 500 agricoltori, il ministro delle politiche agricole Mario Catania, gli assessori regionali Anna Marson (governo del territorio e paesaggio) e Gianni Salvadori (agricoltura), nonché i padroni di casa Cinzia Pagni, vicepresidente di Cia nazionale, e Giordano Pascucci, presidente di Cia regionale. E durante il quale sono state toccate tutte le principali questioni di attualità del settore agricolo. In particolare nell’ampia relazione di Pascucci, che ha fra l’altro affermato: «le principali minacce per il nostro territorio sono quelle derivanti dall’erosione dei suoli agricoli per altri impieghi e per l’avanzare della rendita speculativa, che aggredisce il territorio non appena viene meno il presidio della presenza agricola. La sfida della pianificazione dell’uso del territorio deve porsi come obiettivo primario ed imprescindibile quello della difesa della destinazione d’uso dei suoli agricoli; a partire da questa trincea e per rendere forti le linee di difesa, puntando sullo sviluppo e il dinamismo dell’agricoltura». «Al Governo e al ministro Catania – ha aggiunto Pascucci – chiediamo di continuare a battersi per la sua proposta (ddl “consumo del suolo”) entro la legislatura, o lasciare al prossimo Governo con un testo già avanzato e concordato con le forze politiche e le Regioni». Pascucci ha chiuso il suo discorso dicendo: «la “green economy” siamo noi, è l’agricoltura il cuore verde dell’economia».
Nel suo intervento il ministro Catania, dopo aver passato in rassegna le cose fatte dal suo Governo e l’agenda dei prossimi mesi, ha sottolineato come l’agricoltura stia tornando in auge e quanto abbia le carte in regola per proporsi come uno dei settori trainanti dell’economia italiana, visto che «la filiera garantisce il 15% del Pil nazionale, e si tratta di Pil buono», cioè non frutto di speculazioni dannose per l’ambiente (da segnalare i suoi due «basta» all’indirizzo di chi si lamenta per il calo dell’edilizia e di chi vuole rilanciare in grande stile l’industria dell’auto: la prima dovrebbe avere un ruolo, per quanto importante, soltanto nella riqualificazione o ricostruzione dell’esistente; la seconda è fin troppo matura visto che abbiamo «il numero pro capite di auto più alto d’Europa»).
In precedenza, davanti ai giornalisti, Catania aveva detto sul suo ddl contro il consumo del suolo che sarà molto difficile che venga approvato definitivamente, ma che «sarebbe già significativo se ci fosse un’approvazione da parte di uno dei due rami del parlamento lasciandolo poi come consegna ideale alla prossima legislatura». Inoltre aveva detto che per aiutare i giovani a tornare in agricoltura è essenziale «una buona politica del credito» e, alla luce anche delle calamità estreme che hanno colpito la Toscana, che bisogna «diffondere sempre di più strumenti di copertura assicurativa tra gli agricoltori»: «abbiamo previsto nel 2013 – ha fatto sapere – 120 milioni di fondi nazionali, che si aggiungono a quelli comunitari».
L’assessore Marson, dopo aver manifestato il suo dispiacere per il mancato confronto con il ministro (che è dovuto scappare non appena terminata la sua relazione) sulla norma contro il consumo di suolo, ha fra le altre cose annunciato che nella nuova legge regionale di governo del territorio le attività agricole «saranno riconosciute come attività produttive a tutti gli effetti». Annuncio così commentato da Pascucci, a margine dell’incontro su nostra domanda: «dobbiamo capire bene che vuol dire. Dobbiamo discutere di principi e di obiettivi e poi vedere gli articoli di legge. […] Quindi a pelle mi sentirei di dire che un’equiparazione può andare anche bene da un punto di vista di trattamento. Perché oggi non è così: oggi un’attività industriale, un insediamento produttivo, un insediamento urbano ha certo delle regole però poi spesso ha una “corsia preferenziale”. Mentre invece un produttore agricolo (lo abbiamo sentito anche oggi) se deve rifare un annesso, se deve ristrutturare o rifare ex novo un fabbricato o un annesso perché gli serve…».
Infine, l’assessore Gianni Salvadori, ricordate le sue realizzazioni fin qui, ha richiamato due dei progetti in corso di definizione da cui si aspetta di più: la “banca della terra”, per dare ettari ai giovani o a chi perde lavoro anche in età matura e vuole dedicarsi all’attività agricola (potrebbe essere approvata il 16-17 dicembre in Consiglio regionale); la creazione di un distretto agroalimentare toscano.
Ma cosa è stato detto, dunque, dell’art. 62 sui pagamenti nel settore agricolo-alimentare?
Parlando ai giornalisti, prima del convegno, il ministro Catania aveva dichiarato: «L’art. 62 è fatto proprio per consentire agli agricoltori di incassare in tempi brevi quello che gli è dovuto. E il primo avvio della norma ci dà segnali positivi. Ho riunito i rappresentanti delle organizzazioni di categoria nei giorni scorsi. La fase di prima applicazione procede positivamente. La grande distribuzione si è allineata, ha reimpostato tutta la propria attività nel rispetto dell’art. 62. Quindi io sono positivo. C’è consenso su questa norma. Io ritengo che nell’arco dei prossimi mesi mano a mano che il sistema si stabilizza si vedranno i risultati in termini di reddito per gli agricoltori e in generale per tutte le imprese della filiera che fino ad ora erano sottoposte a termini di pagamento troppo lunghi: piccole imprese alimentari ad esempio che riforniscono la grande distribuzione».
Tutto bene allora? Quasi, ma non proprio tutto. Perché nella sua relazione introduttiva Pascucci, pur elogiando con convinzione l'impianto dell'art. 62, ha fatto riferimento al caso problematico di applicazione nel settore florovivaistico (soprattutto in relazione ai lunghissimi tempi di pagamento) e ha avanzato una proposta al ministro a tal riguardo e un’altra in contemporanea all’assessore Salvadori. «Non chiediamo – dice Pascucci - la non applicazione dell’art. 2, riteniamo sia sufficiente in fase di attuazione prevedere un periodo di avviamento, nel quale posticipare la parte sanzionatoria, e consentire una diversa tempistica per i pagamenti». «Le chiediamo – continua Pascucci -, Signor Ministro, un intervento ad hoc che potrebbe favorire la definizione di contrattazioni individuali e/o collettive con l’obiettivo di rafforzare le relazioni tra produttori e la competitività delle nostre produzioni, che per la Toscana equivalgono ad un terzo della produzione lorda vendibile (pvl) regionale e rappresentano una delle voci più significative dell’export».
«In proposito – aggiunge Pascucci - riteniamo utile e necessario un intervento anche dell’assessore Salvadori per promuovere un tavolo regionale per favorire l’avvio, comunque, di una contrattazione». Di cosa si tratta? Come ci ha spiegato poi Pascucci, dovrebbe essere un «tavolo regionale che affronti la questione di rafforzare le relazioni nella filiera vivaistica anche quando c’è rapporto solo fra produttori agricoli». «Vogliamo fare – ha proseguito - una contrattazione locale dove si definiscono i tipi di contratto, i prodotti che sono oggetto del contratto e i tempi di pagamento e si dà flessibilità nel rapporto fra produttore-venditore e produttore-acquirente, ma una flessibilità che è concordata da una contrattazione collettiva definita e trasparente. Che mette tutti nella posizione di poter concordare tempi e quant’altro».
Ma non è tutto. Nella sua relazione, Catania ha fatto sapere che l’art. 62 sta subendo «un attacco da parte di alcune lobby nel parlamento. E sono state votate due modifiche, una delle quali esclude gli agricoltori (cioè i rapporti fra agricoltori-venditori e agricoltori-acquirenti, ndr) dal campo di applicazione dell’articolo». «Io penso – ha continuato – che sia stato un grande sbaglio sollecitato da una parte del mondo agroindustriale. Non sarà facile recuperare questa partita e a me dispiace. E’ stata fatta anche un’altra modifica che avrei evitato… Però, a parte questi due elementi, la norma rimane ancora positiva». Piuttosto, osserva Catania, «le organizzazioni di categoria dovranno aiutare gli agricoltori nel fare rispettare la norma, perché ci potrebbero essere tentativi di rivalse in termini contrattuali» da parte degli acquirenti dei prodotti, che potrebbero cercare di pagare meno i produttori-venditori in cambio della maggiore rapidità di pagamento.
Ad ogni modo, al termine dei lavori, Mario Catania ha detto che non vede di buon occhio la non applicazione transitoria (o posticipo) dell’art. 62 e che il testo andava bene nella versione originaria. Per cui non sembra facile un assenso del ministro alla proposta di Pascucci.
Il presidente di Cia Pistoia, Sandro Orlandini, sentito a margine del convegno, ha spiegato che «la norma così come presentata originariamente era di assoluta garanzia per quanto riguarda i rapporti commerciali fra produttori e commercianti, ma anche tra produttori e produttori, visto un po’ come è strutturata la filiera vivaistica per esempio a Pistoia, dove ci sono piccoli produttori che tante volte non vanno mai direttamente sul mercato e che vendono quasi esclusivamente ad altri produttori più grandi che in qualche modo invece sul mercato ci sono continuamente. Quindi escludere i rapporti fra agricoltori per conto nostro è un discrimine che non ci aiuta […] esclude una bella fetta di persone che si interfacceranno sempre e comunque con altri produttori».
E riguardo ai pericoli di rivalse contrattuali da parte dei compratori, che potrebbero pretendere sconti in cambio della rapidità di pagamento?
Se è per questo, risponde Orlandini, c’è anche chi dice di temere che a causa dell’art. 62 alcuni compreranno all’estero per evitarlo. Ma «sinceramente riteniamo che siano rispettabili prese di posizione da parte di chi è contrario, ma poi nel tempo sono situazioni che si andranno ad appianare. Non crediamo che si possa evitare di comprare nel mercato interno andando all’estero per colpa dell’art. 62». «Per quanto riguarda la floricoltura – sostiene Orlandini -, non si sono avute grosse sollecitazioni. Tanti si relazionano anche con la grande distribuzione: hanno detto che lì un contraccolpo c’è stato. C’è stato chi nella distribuzione ha detto: benissimo, da parte della distribuzione, vi paghiamo entro 60 giorni ma magari vi diamo un qualcosa meno. Su questo chiaramente non possiamo essere né concordi né disponibili. Però riteniamo che con i giusti aggiustamenti, con il giusto periodo transitorio per quanto riguarda produzione e distribuzione non ci saranno grossi problemi. E quindi i floricoltori in qualche modo si stanno già adeguando alla norma. Li abbiamo incontrati con un’assemblea molto numerosa fatta con il responsabile fiscale provinciale e regionale e sono state spiegate le modalità da seguire per adempiere a questa nuova normativa. Abbiamo stilato un vademecum. Quindi il percorso della floricoltura lo riteniamo completato e non ci sono state grosse contrarietà».
Lorenzo Sandiford
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L’intesa triennale firmata oggi tra l’Accademia Italiana della Cucina e l’Accademia dei Georgofili ha per fine la tutela e valorizzazione, anche attraverso innovazioni scientifiche, dell’identità alimentare italiana nelle sue ramificazioni locali. Fra le prime iniziative una ricognizione su «come si mangia oggi in Italia». Nel discorso del presidente dei Georgofili una puntura a certo ambientalismo reo di «intervenire per tutelare l’ambiente non in naturale simbiosi con le attività agricole». Il presidente dell’accademia della Cucina: ci vuole meno paura dei piatti che arrivano da fuori e più attenzione invece a esportare bene i nostri.
«Valorizzare il nostro storico patrimonio culturale e le nuove acquisizioni tecnico-scientifiche che hanno riflessi sulla alimentazione e la cucina regionale italiana».
E’ l’obiettivo centrale del protocollo d’intesa fra l’Accademia Italiana della Cucina e l’Accademia dei Georgofili, firmato oggi a Firenze nella sede di quest’ultima dai rispettivi presidenti: Giovanni Ballarini e Franco Scaramuzzi. Un percorso da intraprendere «anche attraverso contatti diretti fra le proprie Delegazioni e Sezioni territoriali» o «stipulando apposite convenzioni» e che dovrebbe avere come prima tappa una ricognizione su «come si mangia oggi in Italia», a quanto anticipato dal presidente Ballarini nel dibattito successivo alla firma.
Sì, perché, come aveva detto nel suo intervento Ballarini, «l’alimentazione è cultura», non solo istruzioni sulle calorie, sui grammi ecc. ecc.
Nel suo discorso Franco Scaramuzzi, dopo aver tratteggiato le differenze fra il ruolo che aveva l’agricoltura nel 1753 (anno di nascita dei Georgofili) quando ci lavorava il 90% della popolazione ed oggi, ha sottolineato che nella fase di «grande fervore, per non dire confusione» che stiamo vivendo adesso in pieno processo di globalizzazione la problematica prioritaria è «la sicurezza alimentare». «Qualsiasi alimento nasce dalla terra – ha detto fra l’altro Scaramuzzi -. La fonte sono sempre le piante, che forniscono l’ossigeno che ci consente di respirare […] e la definizione moderna di agricoltura è gestione delle risorse biologiche della superficie terrestre, che deve essere tutelata e conservata». «Nessuno – ha continuato Scaramuzzi – ha più interesse degli agricoltori a preservarla. Ma da qualche decennio una sorta di moderno ambientalismo interviene per tutelare l’ambiente non in naturale simbiosi con le attività agricole, ma contro di esse: questa è una problematica che ci interessa». «Uniamo le due accademie – ha poi concluso Scaramuzzi – allo scopo di fornire all’opinione pubblica informazioni sull’origine dei cibi, le problematiche connesse alla loro produzione e la valorizzazione dei nostri prodotti».
«Qualcuno ha detto che le accademie sono come le lucciole – ha affermato Giovanni Ballarini - rifulgono nel buio: sono centri di ricerca a-specialistici. Stiamo vivendo infatti nell’epoca delle specializzazioni e stiamo perdendo la visione unitaria», e invece «abbiamo bisogno» di un approccio generalista. Da qui l’unione delle forze fra le due accademie. La cucina italiana, ha aggiunto Ballarini, può essere vista come un grande albero, la cui grandezza dipende dalle radici, che sono le radici regionali, che a loro volta si moltiplicano in una rete di radici locali.
«La cucina – ha detto Ballarini – è identità e va difesa dalle contraffazioni», la cui esistenza indica comunque che ha un valore, visto che «non si falsifica l’ottone ma l’oro». «La cucina italiana – ha sostenuto – è come l’arte italiana: è conosciuta nel mondo. Dobbiamo diffondere l’arte del saper cucinare e mangiare». E bisogna «non aver paura delle cucine che arrivano da fuori, ma occuparci piuttosto di ciò che riusciamo a portare fuori», all’estero, della nostra.
Lorenzo Sandiford
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Raddoppiamento entro il 2015 delle quantità di imballaggi di alluminio raccolte ed estensione al 70% del territorio regionale dell’uso del sistema multimateriale leggero (con contenitori per plastica, alluminio e altri metalli distinti da quelli per il vetro). Sono due degli obiettivi dell’accordo triennale del 30 luglio 2012 fra Cial (Consorzio imballaggi alluminio), Revet (la principale azienda toscana di raccolta, selezione e trattamento di materiali destinati al riciclaggio) e Regione Toscana. Ecco perché e come. [NELLA FOTO UNA RICICLETTA, DA 800 LATTINE]
«Differenziare per riciclare». E’ la parola d’ordine per «incrementare in quantità e qualità la raccolta degli imballaggi in alluminio, finalizzandola sempre di più all’effettivo riciclo» fatta propria da Revet, azienda con base a Pontedera leader in Toscana nella raccolta, selezione e trattamento di materiali destinati al riciclaggio. Che punta da «qui a 3 anni a raddoppiare le circa 300 tonnellate annue di imballaggi in alluminio […] raccolte e selezionate».
Tale incremento si raggiungerà solo se i cittadini toscani capiranno l’importanza di seguire innanzi tutto due semplici regole: 1) imballaggi quali lattine, vaschette, scatolette, tubetti, coperchi degli yogurt e fogli in alluminio devono essere messi nel contenitore del multimateriale dopo aver tolto eventuali residui di alimenti; 2) nel contenitore del multimateriale possono essere conferiti anche alcuni oggetti in alluminio che non sono imballaggi, come ad esempio piccoli utensili per la casa quali le caffettiere e le padelle. I materiali in alluminio così raccolti verranno quindi trasportati a Pontedera dove l'impianto di Revet è in grado di separarli dagli altri materiali, trattarli e costituire balle omogenee che poi attraverso il consorzio di filiera Cial saranno avviati a riciclo in fonderia e daranno vita a nuovi oggetti, i «ri-prodotti» della claim di Revet.
Ma per quale motivo è tanto importante una corretta raccolta differenziata dell’alluminio e il suo agevole riciclo? La risposta a questa domanda è stata fornita il 23 novembre scorso a Firenze durante il seminario “Il riciclo degli imballaggi in alluminio: un peccato non raccoglierne di più”, organizzato da Cial (Consorzio imballaggi alluminio), che con 218 imprese consorziate riunisce la filiera industriale degli imballaggi in alluminio destinati al consumo sul territorio nazionale (produttori di materia prima, fabbricanti e utilizzatori di imballaggi), e Revet. Incontro in cui sono intervenuti fra gli altri l’amministratore delegato di Quadrifoglio Livio Giannotti, il presidente di Revet Valerio Caramassi e il direttore generale di Cial Gino Schiona. E nel corso del quale sono stati in particolare illustrati gli obiettivi e le linee d’azione del piano triennale «per la promozione e lo sviluppo della raccolta differenziata, il recupero e il riciclo degli imballaggi in alluminio» più «altre frazioni merceologiche similari» (oggetti domestici come padelle e caffettiere) in Toscana previsto dal protocollo d’intesa siglato il 30 luglio scorso fra Cial, Revet, Conai e la Regione. Ma sono stati anche forniti dati sul recupero dell’alluminio a livello nazionale, che vede l’Italia al vertice in Europa con oltre il 50% dell’alluminio circolante che proviene dal riciclo, e sulla raccolta dei metalli in Toscana, senza trascurare altre questioni di più largo respiro del comparto.
Ecco dunque, per punti, le buone ragioni per incrementare in qualità e quantità la raccolta differenziata e agevolare il riciclaggio dell’alluminio (che è riciclabile al 100% e infinite volte) esposte da Schiona durante la sua relazione. Tale incremento garantisce: a) un maggiore recupero di materiale utile per realizzare nuovi prodotti (nel 2011 sono state riciclate in Italia circa 41 mila tonnellate di imballaggi in alluminio, pari al 60% degli imballaggi immessi sul mercato); b) un più ampio risparmio energetico (che è del 95% rispetto alla produzione di alluminio dalla bauxite, molto energivora) e la conseguente riduzione di emissioni serra (nel 2011 grazie al riciclo sopra indicato si sono evitate emissioni serra pari a 325 mila tonnellate di CO2 e si è risparmiata energia per oltre 140 mila tep (equivalenti della tonnellata di petrolio)); c) più vantaggi economici per i cittadini e i Comuni (il Cial dà ai Comuni e a operatori come Revet, a copertura dei costi di raccolta e di selezione dell’alluminio, dei corrispettivi economici interessanti che dipendono dalla quantità e qualità del materiale conferito: ad esempio quasi 435 euro a tonnellata per l’alluminio proveniente da raccolta differenziata che non superi il 4% di impurità); d) più tutela dell’ambiente con meno rifiuti nelle discariche e salvaguardia delle risorse naturali.
Proprio per tali ragioni il protocollo d’intesa dello scorso luglio si articola nei seguenti obiettivi per il triennio 2013-2015:
- Entro il 2015 diffusione del sistema di raccolta multimateriale leggero (ossia con contenitori per plastica, alluminio e altri metalli distinti da quelli per il vetro), che è più efficace per varie ragioni, nel 70% del territorio toscano.
- Incremento quali-quantitativo della raccolta differenziata degli imballaggi in alluminio, in linea con le potenzialità del bacino territoriale Revet; e, come abbiamo visto, sul piano quantitativo, stando a un comunicato di ieri, si punta a raddoppiare le 300 tonnellate annue di imballaggi, o, secondo le stime un po’ più ottimistiche del comunicato sul protocollo, a una raccolta complessiva di circa 2000 tonnellate nell’arco del triennio, «con un beneficio in termini di emissioni serra evitate (CO2) pari a 16.000 tonnellate e di energia risparmiata (tep) a 7000 tonnellate».
- Promozione e sviluppo di ulteriori forme di selezione degli imballaggi in alluminio da impianti di trattamento del rifiuto indifferenziato in un’ottica di ciclo integrato dei rifiuti (zero discarica, 100% recupero).
- Avvio e supporto alla raccolta di particolari tipi di prodotto che richiedono azioni dedicate per la loro valorizzazione; ad esempio il progetto volontario avviato da Nespresso nel 2011 per il riciclo delle capsule da caffè in alluminio (al momento non considerate imballaggi) che possono essere conferite nei 32 negozi sparsi in 18 città italiane. A Firenze, dove il progetto è stato avviato nel febbraio 2012, in nove mesi sono state raccolte 4 tonnellate di capsule che i clienti Nespresso hanno portato nelle 2 boutique e nel centro di raccolta che Quadrifoglio e Cial hanno promosso in città.
- Campagne informative e di sensibilizzazione a supporto del progetto di sviluppo della raccolta differenziata.
Ma vediamo meglio le tipologie di corrispettivi riconosciuti da Cial:
i) per la raccolta differenziata di imballaggi, un corrispettivo a copertura dei costi di raccolta degli imballaggi e delle frazioni merceologiche similari che è pari a 434,77 euro a tonnellata fino al 4% di impurità;
ii) per la selezione di tappi e capsule, un corrispettivo ai recuperatori per la separazione di tappi e capsule dal vetro pari a 155,15 euro/t fino al 10% di impurità;
iii) per la selezione di imballaggi da rifiuti indifferenziati, un corrispettivo ai gestori di impianti di cernita rifiuti indifferenziati per la selezione dell’alluminio pari a 155,15 euro/t fino al 15% di impurità;
iv) per la selezione di alluminio da scorie di incenerimento, un corrispettivo ai gestori di impianti di incenerimento o di piattaforme di trattamento per la separazione dell’alluminio dalle scorie di combustione pari a 155,15 euro/t fino al 15% di impurità.
Cial riconosce corrispettivi anche per servizi aggiuntivi quali pressatura e trasporto.
Lorenzo Sandiford
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- Scritto da Andrea Vitali
Ancora divergenze, all’incontro di ieri in Regione “Uso vs Consumo del Territorio Rurale”, fra l’assessore Marson e il ministro Catania sul ddl per il “contenimento del consumo del suolo” varato il 16 novembre e apprezzato da Carlo Petrini. Il presidente Rossi ha ricordato i passi avanti fatti ultimamente dalla Toscana nelle politiche del territorio, che comunque dal 1954 al 2010 aveva visto più che raddoppiare le aree urbanizzate e dal 1982 al 2010 una perdita di Sau di 236.000 ettari. Salvadori annuncia la “banca della terra” per i giovani agricoltori.
«Il disegno di legge ha avuto da parte delle Regioni alcuni contributi che considero sicuramente apprezzabili, insieme ad altri che probabilmente non incidono in modo sostanziale sull’impianto del testo. Non è stato stravolto il testo. L’impianto rimane quello originario. La cosa importante è che si siano superate le riserve che erano state espresse da parte di alcuni su tutta l’impostazione tecnica del documento e tutti ora si convenga sul fatto che questo documento è effettivamente una buona risposta rispetto al problema della cementificazione progressiva dei suoli agricoli italiani».
Aveva esordito così, con questa dichiarazione positiva ai giornalisti sul “Disegno di legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo” varato in via definitiva dal Consiglio dei ministri il 16 novembre dopo il passaggio in Conferenza unificata, il ministro delle politiche agricole Mario Catania, giunto a Firenze ieri, nella sede della Giunta regionale, per l’incontro sul tema «Uso vs Consumo del Territorio Rurale». Incontro nel quale sono intervenuti, oltre al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, gli assessori regionali Gianni Salvadori (agricoltura) e Anna Marson (pianificazione del territorio), il presidente di Slow Food International Carlo Petrini, l’accademico dei Lincei Salvatore Settis e, come moderatore, il caporedattore di Rai Firenze Franco De Felice. E durante il quale è stato fatto il punto sul consumo di suolo agricolo (e non solo) in Toscana e sui passi avanti compiuti in materia di politiche di governo del territorio. E l’assessore Salvadori ha annunciato che la Regione metterà a disposizione dei giovani agricoltori superfici agricole del suo demanio attraverso una vera e propria «banca della terra».
E in effetti, nel dibattito, il ministro Catania ha ricevuto, pur con qualche distinguo, diversi riconoscimenti al suo operato in materia e al suo «coraggio», per usare la parola scelta da Enrico Rossi, nell’affrontare la questione della cementificazione del suolo. «Se c’è un buon intendimento – ha detto Carlo Petrini - non ci si deve lamentare. Questo è il primo ministro che fa qualcosa in questa direzione. Bisogna solo mettere mano ad alcuni aspetti tecnici. Il vero rischio è che il disegno di legge non venga preso in esame ora e che sia rimandato al prossimo governo. Peraltro i candidati alle primarie mi sembrano silenti in tema di agricoltura». Un «plauso al ministro per aver tirato fuori questo progetto» è stato espresso pure da Salvatore Settis, che nei giorni scorsi aveva fatto alcune obiezioni alla penultima versione del ddl su Repubblica, sia perché la situazione in Italia è grave, «con un numero di appartamenti prodotti negli ultimi 10 anni 38,7 volte maggiore rispetto all’incremento demografico», sia perché «non c’è nulla al mondo che può tutelare il paesaggio quanto l’agricoltura di qualità». Tuttavia Settis, pur riconoscendo i notevoli miglioramenti del progetto di legge nell’ultima versione trasmessa al Parlamento, ha suggerito alcune ulteriori correzioni e soprattutto di non limitarsi nell’articolo 3 a mettere un tetto al consumo di suolo agricolo (che peraltro nel ddl è inteso in senso molto ampio come «libero da edificazioni e infrastrutture») ma di introdurre «un taglio lineare del 2/3%». E anche Rossi ha espresso da parte della Regione «la volontà di dare un supporto sia pure non acritico» a tale iniziativa legislativa che mira a fermare la cementificazione selvaggia.
Ma il ministro non aveva fatto i conti con l’assessore Marson, che ha confermato alcune obiezioni al testo del disegno di legge sia nel suo intervento alla tavola rotonda che, dopo la fine dell’incontro, rispondendo ad alcune domande di Floraviva. «Ritengo importante – ha detto Marson durante la sua relazione - che il governo abbia voluto provvedere a trattare il tema del consumo di suolo che è centrale anche nelle politiche di questa legislatura regionale. Nonostante io sia stata citata da un articolo di stampa come capofila degli assessori regionali che avrebbero voluto stoppare il disegno di legge, ci tengo a precisare che con i miei colleghi in sede di Conferenza delle Regioni abbiamo invece proposto alcuni miglioramenti. Nella versione approvata dal governo che andrà ora alle Camere non ne è stato tenuto pienamente conto, ma speriamo che nel dibattito parlamentare possano essere riaffrontati».
E, finita la tavola rotonda, alla domanda di Floraviva se i tetti sull’estensione massima di superficie agricola consumabile introdotti dal ddl siano equiparabili a quote edificatorie ha così risposto: «In Conferenza delle Regioni, ragionando anche con i colleghi di altre Regioni, eravamo molto preoccupati di questo provvedimento di distribuzione di quote di edificazione, perché pensiamo, sulla base dell’esperienza pregressa, che possa innescare fenomeni di corsa ad accaparrarsi le quote di edificazione, che scatenano poi l’azione dei singoli Comuni che vanno in qualche modo a scassare il sistema di pianificazione in essere». «E questo – ha proseguito Marson - introduce una via diversa da quella della pianificazione ordinaria. Noi dobbiamo riuscire a invertire i principi e i dispositivi soprattutto operativi contenuti nelle leggi di pianificazione e nelle prassi di pianificazione ordinaria. La pianificazione territoriale è nata molti anni fa per dare risposta alle esigenze di crescita urbana. Dobbiamo farlo diventare invece un sistema per promuovere il riuso delle aree già urbanizzate obsolete ecc. Per far questo vanno cambiati i dispositivi della pianificazione, ma è fondamentale che il sistema di pianificazione rimanga lo strumento di riferimento per fare ciò. Se io introduco una specie di offerta speciale di quote di edificazione esterna ai percorsi di pianificazione ordinaria io rischio veramente di buttar via il bambino con l’acqua sporca».
Infine, all’ulteriore obiezione del cronista sul fatto che magari il punto di vista di una Regione virtuosa come la Toscana non possa andar bene per tutto il resto del Paese, questa è stata la replica dell’assessore Marson: «Non dico peggio ancora, però al tavolo della conferenza delle Regioni le maggiori preoccupazioni venivano da alcuni colleghi di Regioni del sud, che dicevano che questo rischia di scatenare veramente da noi degli appetiti in deroga fortissimi, soprattutto nei periodi transitori: in attesa che entri in vigore la norma ci sarà una corsa incredibile a realizzare costruzioni in tutti i luoghi in cui questo è attualmente permesso».
Poco prima, nel suo intervento il ministro Catania, aveva difeso le ragioni del ddl senza però entrare nella discussione dei dettagli. Il problema dell’eccessivo consumo di suolo agricolo, ha detto Catania spiegando la sua scelta di affrontare di petto la questione dell’eccessiva cementificazione, era una delle questioni che ritenevo non più eludibili. «La risposta dell’opinione pubblica è stata forte – ha detto Mario Catania -. Abbiamo ricevuto moltissimi segnali di attenzione da parte anche della gente comune e questo per me è stato un conforto». D’altra parte, ha ricordato Catania, in 50 anni in Italia si sono perduti 5 milioni di ettari di superficie agricola passando da 18 milioni a meno di 13 milioni oggi e «un terzo di questa perdita è dovuto alla cementificazione».
«Io lo so che faccio un intervento un po’ unilaterale – ha spiegato il ministro riferendosi al suo ddl che sembra in certa misura invadere il campo di altri ambiti di competenze – e a gamba tesa, e che lo faccio da ospite nemmeno titolato», ma c’era bisogno di una scossa anche in questo campo, con lo stesso atteggiamento di apertura a «nuove visioni» che il Governo Monti sta adottando, «magari in modo non sempre lineare», in molti settori. Il fatto è che il tradizionale modello dell’edilizia che si espandeva sul territorio «è maturo per essere abbandonato e dobbiamo passare a una edilizia concentrata nel riuso, un terreno enorme su cui incidere». La speculazione edilizia, ha osservato, nel breve favorisce la crescita veloce del Pil ma non crea «sviluppo duraturo». «Il patrimonio edilizio – ha continuato il ministro – è già di per sé largamente sufficiente alla dimensione demografica del Paese. Abbiamo bisogno di una nuova visione dell’urbanistica. Noi abbiamo messo sul tavolo questo tema». Infine, chiudendo, Catania ha riservato una piccola «provocazione alla Regione Toscana», che sembrava una risposta alla critica iniziale dell’assessore Marson e una difesa della semplicità del suo ddl, «con tutto il rispetto che ho della Toscana è chiaro che la politica deve proporsi con modelli più snelli».
L’incontro è stata l’occasione per fare il punto della situazione in Toscana sull’uso del suolo e sulle politiche di pianificazione del territorio. Una Toscana che, come notato dall’assessore Marson, presenta «dati di consumo del suolo migliori rispetto a gran parte delle altre Regioni italiane, perché ha un sistema di pianificazione che va migliorato ma è solido». Dal 1954 al 2010 gli ettari urbanizzati sono più che raddoppiati, passando da 82 mila circa a 197 mila (dal 3,6% del territorio all’8,5%). La variazione media annua tra il 2007 e il 2010 indica una crescita dell’urbanizzato pari allo 0,047% che corrisponde ad un aumento del consumo medio giornaliero di 2,99 ettari in questi tre anni. Tra il 1954 e il 1978 si attestava sui 4,83 ettari, per salire ai 4.97 ettari di consumo giornaliero nel decennio 1978-88, riscendere tra il 1988 e 1996 a 3,42 ettari, e risalire tra il 1996 e il 2007 a 4,19.
Riguardo all’agricoltura, dal 1982 al 2010 si è registrata una perdita di 235 mila ettari (100 mila dei quali – come rilevato in un comunicato di ieri del presidente regionale di Cia Giordano Pascucci – non a causa di cementificazione ma per semplice abbandono dell’attività agricola). Più allarmanti i dati sulle prospettive future ricavati da un’analisi dei piani strutturali di 143 comuni (pari alla metà circa di quelli toscani e al 37% del territorio regionale): è emerso che le previsioni di consumo di suolo solo in questi comuni sono pari a 48,9 milioni di metri quadri di Sul (superficie utile lorda) cui vanno aggiunte tutte le superfici per le urbanizzazioni e gli standard urbanistici. In queste previsioni solo il 6,5% riguarda il riuso dell’esistente, mentre il 23,3% è destinato a scopo residenziale, il 29,3% a edifici industriali/artigianali e il 3,8% a fini commerciali.
Ad ogni modo la Regione, come ha ricordato anche il presidente Rossi nel suo intervento, «ha compiuto importanti passi avanti nel cambiamento delle politiche del territorio». «Fin dal nostro programma di legislatura – ha detto Rossi – abbiamo puntato quanto più possibile sulla salvaguardia del territorio agricolo e la tutela del paesaggio. Questa idea, combinata con il rilancio del manifatturiero, ci è sembrata l’unica in grado di far ripartire uno sviluppo di qualità nella nostra regione. Abbiamo ripreso una discussione positiva e utile con i comuni per quanto riguarda i piani strutturali, abbiamo compiuto un altro passaggio straordinario con la “vestizione” dei vincoli. Con la revisione della Legge 1 [governo del territorio, ndr] punteremo, non in modo generico, sul riuso». «A tutto questo – ha continuato Rossi – aggiungo altre due svolte non meno radicali: il divieto a costruire nelle zone ad alto rischio idraulico, che costituiscono il 7% del territorio pianeggiante della Toscana, e la riforma dei Consorzi di bonifica, che vogliamo finalizzare alle attività di manutenzione».
«Questo convegno – ha concluso il presidente – ha cercato di ricollegare politica e pensiero, la politica, che pensa troppo poco, con gli intellettuali, a volte troppo distanti dalla concretezza. Purtroppo il tema della qualità dello sviluppo è assente dal dibattito politico attuale, pensiamo alla ripresa come a un riavvio che riprodurrà le linee di tendenza del passato. Invece dobbiamo affrontare il problema della gestione della finanza internazionale, della redistribuzione della ricchezza, della definizione di nuovi consumi. L’idea di una austerità fatta pagare solo ai ceti più deboli non è condivisibile, mentre è una idea di cambiamento del modo di produrre e di consumare quella su cui dobbiamo lavorare di più».
Lorenzo Sandiford



