Nel 40° compleanno di Cia ai Georgofili uno sguardo a 360 gradi sul futuro dell’agricoltura

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La Confederazione italiana agricoltori ha celebrato il 40° anniversario della nascita all’Accademia dei Georgofili di Firenze con un incontro sul presente e le prospettive dell’agricoltura. Per Dino Scanavino va agevolato l’urgente ricambio generazionale slegando l’imprenditorialità agricola all’acquisto di terre e aprendo le porte a un’agricoltura multietnica. Luca Brunelli spera che l’innovazione renda più ecosostenibili le coltivazioni e dice che la globalizzazione richiede un’immagine unitaria dell’economia Toscana. Per il prof. Piccarolo l’elemento chiave è l’innovazione, dalla microirrigazione al “genome editing” (che non significa ogm). Il prof. Boatto suggerisce di calcolare il costo ad ettaro del rispetto delle normative dell’Ue, a cui chiede fondi per tutelarsi dal cambiamento climatico. Per Giordano Pascucci le sfide sono clima ed export, e va promosso un paniere dei prodotti toscani. Anche Sandro Orlandini si sofferma sugli effetti del clima, oltre a suggerire una più chiara distinzione nei contributi fra le aziende agricole professionali e quelle con un ruolo di mero presidio, entrambe indispensabili.
 

Una Sau (superficie agricola utilizzata) molto diminuita, ma anche una produzione media ad ettaro assai accresciuta; una superficie irrigata pari al 22% che vale il 42% della produzione complessiva, ma solo il 16% di essa tramite l’efficiente irrigazione a goccia; un parco macchine con un’età media di 25/30 anni e un troppo lento ricambio dei mezzi, con ad esempio solo 18 mila immatricolazioni di trattori all’anno; una bassa percentuale, intorno al 5/6%, di imprese agricole con titolari under 35; un reddito per unità di lavoro pari a 27 mila euro all’anno, contro i quasi 68 mila euro dell’Olanda; contributi comunitari alla produzione pari al 16% del valore aggiunto lordo, contro il 49% della Germania e il 40% del Regno Unito e una media Ue del 32,6%; un’alta incidenza fiscale (benché inferiore a quella della Francia) pari a imposte alla produzione al 4% del valore aggiunto, contro una media Ue del 3,3%. Ma poi anche il fortissimo export agroalimentare, che ci colloca nella top 10 mondiale; e i primati in Europa nell’agricoltura biologica (con circa 60 mila produttori bio italiani) e nei prodotti alimentari a denominazione di origine.
Sono alcune delle tessere del complesso puzzle dell’agricoltura italiana messe in luce all’incontro con cui l’11 dicembre scorso, a Firenze, nella prestigiosa sede dell’Accademia dei Georgofili, la Confederazione italiana agricoltori ha celebrato, con leggero anticipo, il quarantennale della propria nascita, avvenuta il 20 dicembre 1977. Un anniversario in cui sono stati sottolineati i grandi cambiamenti avvenuti nel settore primario rispetto a 40 anni fa, a cominciare dal fatto che l’agricoltura italiana ha perso in tale arco di tempo il 33% della Sau (e la Toscana addirittura il 40%); e durante il quale è stato evidenziato che ci troviamo in un periodo contraddistinto da uno stridente paradosso, come ha osservato il presidente di Cia Toscana Luca Brunelli: «allora il contadino era visto come l’ultimo nella scala sociale, praticamente emarginato. Oggi essere agricoltore è di tendenza […]. Ma a questo status non corrisponde un valore economico adeguato», e mentre prima, pur snobbato, aveva i mezzi per garantire un futuro migliore ai propri figli, adesso fa spesso fatica ad andare avanti.
Tutte le relazioni dell’incontro non si sono limitate, però, all’analisi della situazione passata e presente, cercando piuttosto di gettare uno sguardo sul futuro e di interrogarsi su come si evolverà l’agricoltura. Floraviva ha sentito al termine dell’incontro ciascuno degli esponenti di Cia Agricoltori Italiani che hanno preso la parola, oltre al presidente di Cia Agricoltori Italiani del nostro territorio provinciale, e i due docenti universitari intervenuti su quest’ultimo aspetto. La domanda è stata per tutti la stessa: quali saranno i principali cambiamenti dell’agricoltura in futuro (due o tre al massimo), fra quelli trattati nelle loro relazioni, e come impatteranno in particolare sull’agricoltura toscana?
Il presidente di Cia Toscana Luca Brunelli, che aveva aperto i lavori, ha risposto dicendo che abbiamo davanti innanzi tutto il rischio di un tipo di agricoltura «in cui gli agricoltori non saranno protagonisti o addirittura saranno messi in discussione [e] la permanenza di un’imprenditoria agricola potrebbe essere sostituita totalmente da una realtà imprenditoriale più elevata dove l’agricoltore sarà solo colui che mette la mano d’opera e il cervello sarà in un centro diverso e quindi distaccato da quelle che sono le vere esigenze del territorio rurale». «L’agricoltura che mi aspetto dal punto di vista dell’innovazione – ha aggiunto Brunelli - sarà un’agricoltura che terrà il passo dell’innovazione tecnologica che abbiamo oggi. Fino a ieri parlare di droni o di agricoltura intelligente era una cosa distante dai nostri agricoltori. Oggi molti agricoltori anche in Toscana, grazie ad apposite misure, stanno ragionando su agricoltura di qualità, da una parte, ma soprattutto di agricoltura di precisione e del raggiungimento di indici di sostenibilità più elevati proprio utilizzando questi nuovi tipi di tecnologie». E ciò sarà utile anche a diffondere ulteriormente la sostenibilità delle coltivazioni e a «superare elementi di criticità dal punto di vista fitosanitario con nuovi approcci». Però, ha rimarcato Brunelli, «noi abbiamo bisogno che l’agricoltura, oltre a questo sviluppo tecnico, realizzi uno sviluppo commerciale che la renda protagonista nella globalizzazione», perché «dalla globalizzazione non si torna indietro» e i nostri agricoltori devono imparare a muoversi meglio in tale contesto, sapendo che «il mondo ha sempre più bisogno di cibo e l’agricoltura sarà ciò che garantisce questo bisogno e trarrà da questo ruolo il proprio reddito». Le innovazioni avvantaggeranno o penalizzeranno l’agricoltura toscana rispetto ad altre aree? «Gioveranno se avremo l’intelligenza di mantenere un equilibrio nel rapporto con la nostra tipicità» e nello sposare «la nostra specializzazione nel produrre prodotti di qualità elevatissima con un processo innovativo nelle idee», e se sapremo promuoverla presentando l’immagine di «una Toscana unita, in tutte le sue categorie produttive»: dall’agricoltura all’industria fino ai singoli professionisti, «questa è la sfida».
Pietro Piccarolo, professore dell’Università di Torino nonché vicepresidente dell’Accademia dei Georgofili, che aveva parlato di “Evoluzione dei processi produttivi e innovazione nell’agricoltura e nell’agroindustria”, ha risposto che «l’elemento fondamentale è l’innovazione […] in tutti i settori che fanno crescere la produzione: innovazione nella genetica con i nuovi sistemi di miglioramento genetico; innovazione nei sistemi colturali, con l’agricoltura di precisione, e l’agricoltura biologica; e soprattutto innovazione di quelli che sono gli strumenti che vengono impiegati in agricoltura e qui mi riferisco in particolare alla meccanizzazione e ai sistemi di irrigazione. La micro-irrigazione è ancora poco praticata nel nostro territorio, ma l’acqua diventerà un elemento sempre più scarseggiante e quindi è importante pensare a nuovi sistemi di irrigazione che facciano riferimento alla micro-irrigazione che ha la massima efficienza idrica». E che cosa si aspetta sul fronte genetico? «Io penso che il cosiddetto “genome editing” possa veramente dare dei grandi risultati e mi auguro che su questo aspetto non si crei un conflitto ideologico fra chi è a favore e chi è contrario, perché in questo caso si tratta di accelerare in modo esponenziale quelli che sono i processi di miglioramento genetico che con tanta selezione avvengono in modo naturale». Di che si tratta? «Oggi si conosce la sequenza genomica delle principali colture di interesse agrario. Si conosce il genoma del frumento, del riso, del mais, della patata, della vite, del melo, del carciofo. E questo è molto importante. La conoscenza di questi genomi consente di fare interventi precisi per portare un determinato miglioramento, che può essere la resistenza allo stress idrico oppure la resistenza a uno stress biotico come un certo attacco parassitario. E questo mi auguro non venga ostacolato. Mi sembra che si siano fatti dei passi in avanti rispetto alle posizioni sugli organismi transgenici, cioè gli ogm. Qui ci troviamo di fronte a tutto un altro discorso perché sono dei processi che avvengono anche in natura però in tempi molto lunghi, quindi non ci sono pericoli». Per lui, infine, le innovazioni ci «avvantaggiano, perché noi abbiamo anche dei tipi di produzione (mi riferisco alle colture orticole e alle colture di nicchia) sulle quali abbiamo delle eccellenze e grazie a queste tecniche possiamo ancor più esaltarle e renderle più produttive».
Il prof. Vasco Boatto (Università di Padova), che era intervenuto con una relazione sul tema “Lo sviluppo dell’agricoltura italiana tra vecchie e nuove sfide”, ha così risposto a Floraviva: «la nostra agricoltura si trova di fronte a una fase un po’ delicata. Molte cose positive sono state ottenute e una di queste, importantissima, è la dimensione del nostro made in Italy, il riconoscimento e quindi la forza dell’agroalimentare italiano, che è ricercato. […] siamo in questo momento al centro dell’interesse dei mercati soprattutto dei mercati più ricchi, ma anche dei mercati emergenti come può essere la Cina. Tuttavia la nostra agricoltura ha degli elementi di sofferenza. Sofferenze che sono legate al sistema Paese, che rende più costoso fare agricoltura in Italia rispetto a tanti altri Paesi, soprattutto europei; rende più difficile fare innovazione, che oggi è fondamentale per stare sul mercato ed essere competitivi; e ci sono anche delle difficoltà ambientali, cioè il fatto che abbiamo un clima che negli ultimi anni non ci sta favorendo e che richiede degli interventi molto importanti, rispetto ai quali è necessario un apporto della Comunità europea. La soluzione al problema del cambiamento climatico deve essere al centro degli interessi più generali della Comunità europea». «Su questi temi - ha proseguito Boatto - così come su quelli legati alla variabilità dei mercati, cioè alle oscillazioni dei prezzi e le incertezze, che sono forse una delle cause che tengono lontani i giovani, che non vogliono rischiare senza prospettiva, la politica deve dare delle risposte. […] E sarà importantissimo il passaggio che faremo con la nuova programmazione, la Pac», che dovrà «contribuire ad attenuare questi problemi». Più nello specifico, Boatto ha ricordato che «abbiamo una fiscalità che ci penalizza rispetto, per esempio, alla Germania (tre punti in più di fiscalità); sulla Pac siamo contribuenti netti (diamo più soldi di quanti ne riceviamo) e riceviamo oltre il 10% di contribuzione in meno rispetto ai francesi e ai tedeschi». In altri termini, riceviamo meno di altri Paesi e quanto ricevuto è minore di quanto spendiamo. Boatto ha infine segnalato che in Germania «hanno fatto il conto di quanto costa all’agricoltore rispettare gli obblighi dovuti alle famose esternalità», cioè al rispetto delle normative ambientali, sul benessere animale, la sicurezza alimentare ecc.: «il costo è di 262 euro ad ettaro», e quindi l’agricoltore tedesco riceve mediamente poco di più di quanto ottiene con i contributi Ue sul primo pilastro della Pac. E con la probabile riduzione delle risorse nella prossima Pac il rischio è che il contributo diventi minore di tali costi. «Io non vedo attenzione per questo aspetto – ha detto Boatto -. I tedeschi hanno fatto i calcoli riferiti alle loro realtà, suggerisco di fare altrettanto da noi e sto cercando di convincere dei colleghi a farlo».
Al presidente nazionale di Cia, Dino Scanavino, erano affidate le conclusioni, nelle quali ha spiegato quanto sia doveroso «nel cambiamento innovare la rappresentanza agricola», favorire il ricambio generazionale slegando l’esercizio dell’attività imprenditoriale agricola al possesso di terreni, «perché oggi, per un giovane, acquistare la terra, un mandria o un parco macchine, non è oggettivamente possibile», e migliorare il trasferimento della conoscenza «dalle università e dai centri di ricerca agli agricoltori ». A Floraviva Scanavino ha poi ribadito che «il tema della rappresentanza degli agricoltori e dell’agricoltura è legato allo sviluppo dell’agricoltura e alle ipotesi che noi possiamo fare sul suo futuro [e] che l’agricoltura ha un grande futuro perché è alla base dell’alimentazione delle persone, ma anche della tenuta ambientale, idrogeologica e paesaggistica. Il paesaggio [è] disegnato quotidianamente dagli agricoltori, quindi deve passare dalla rappresentanza dell’agricoltura tout court alla rappresentanza degli agricoltori, del loro saper fare, del loro ruolo all’interno della società. Un’agricoltura sostenibile, un’agricoltura innovativa, un’agricoltura fatta da agricoltori non da capitali. Questo è un altro degli elementi che noi crediamo debba continuare ad esistere ed essere fortemente radicato affinché l’agricoltura sia una attività che dà reddito ma che è di servizio ai cittadini, altrimenti si scaverebbe un fosso fra gli utilizzatori dei prodotti dell’agricoltura e i produttori». «Purtroppo – ha aggiunto Scanavino - le dinamiche che siamo costretti a registrare ci dicono che gli agricoltori invecchiano, che i titolari di impresa agricola under 35 sono circa il 5/6% degli agricoltori in Italia, troppo pochi. Noi abbiamo bisogno di ringiovanire l’agricoltura, secondo me in due modi: mettendo in piedi dei sistemi di incentivo a sostituire gli anziani agricoltori che andranno in pensione attraverso forme che consentano ai giovani agricoltori di fare impresa senza dover acquistare la terra, che è un bene troppo caro; e poi c’è l’altro aspetto, dei nuovi cittadini italiani che sono giovani, che lavorano nelle nostre aziende, che sono macedoni, indiani, rumeni e che potrebbero diventare anche i nostri alleati per ringiovanire il tessuto sociale delle aree rurali del nostro Paese. Quindi una prospettiva anche multietnica dell’agricoltura, perché di questo non possiamo fare a meno di ragionare alla luce dell’evoluzione demografica della nostra società».
Il direttore di Cia Toscana Giordano Pascucci ha affermato tra l’altro che «il tema del cambiamento climatico è sicuramente un elemento che condizionerà fortemente (come è successo negli ultimi anni) le produzioni del futuro. Quindi dovremo organizzarci, a fronte di cambiamenti climatici che saranno sempre più repentini e più impattanti, con sistemi di coltivazione ad hoc». «L’altro aspetto – ha continuato - è sicuramente quello di guardare all’export come un punto di riferimento. Abbiamo visto infatti che anche nelle fasi più difficili della crisi economica molte imprese si sono salvate con un reddito dignitoso perché hanno avuto un’attenzione verso l’export. E ciò varrà ancor più nel futuro, perché molte delle nostre produzioni hanno bisogno di essere prodotte anche nell’ottica dell’export, e questo approccio va esteso anche alle produzioni di nicchia, quelle che tradizionalmente non ci sono andate. Credo che in tal senso ci debba essere un lavoro di forte integrazione fra le nostre produzioni: abbiamo una gamma di prodotti ricca e variegata e dovremmo promuovere nel mondo un paniere o cesto della Toscana in cui siano messi insieme l’olio, il formaggio, la carne, il pomodoro, il grano, la pasta ecc.». Compreso il vivaismo? «Assolutamente. Il food è un aspetto importante, ma non ci dobbiamo dimenticare che il no food, a partire dal vivaismo, è oltre 1/4 quasi 1/3 della Plv agricola toscana e quel settore lì è già fortemente proiettato all’export». Riguardo alle innovazioni Pascucci dice che in Toscana ci sono: «a partire dalla precision farming, noi abbiamo già applicazioni molto avanzate, nel vino come in altri settori. Siamo sopra la media. Le caratteristiche della nostra agricoltura (piccole aziende, terreni collinari, poca pianura) sicuramente ci porteranno ancora di più ad affrontare quei temi, della specializzazione e della meccanizzazione; un tipo di meccanizzazione che dovrà essere tenuta in asse con la sostenibilità dei costi, perché abbiamo realtà produttive che non possono spingere molto sulla quantità».
Infine, Floraviva ha sentito Sandro Orlandini, presidente di Cia Pistoia, il quale, come Pascucci, ha sottolineato la sfida del cambiamento climatico, con le produzioni degli agricoltori «sempre più esposte ai danni da eccesso di pioggia, vento, grandine». Orlandini inoltre si aspetta e auspica che in futuro «quando si andrà a trattare di contributi e incentivi, sarà sempre più importante distinguere fra un agricoltore professionale e un’agricoltura estremamente specializzata, come può essere sul nostro territorio pistoiese il vivaismo, la floricoltura ecc., e la piccolissima azienda, magari di montagna, che ha un ruolo molto importante ma prevalentemente come presidio. Si tratta infatti di due realtà diverse, che hanno poco in comune dal punto di vista economico, per quanto entrambe essenziali. Ed è bene quindi prefigurare capitoli di spesa o sostegno distinti per queste due tipologie di impresa agricola. E’ una richiesta, direi quasi di giustizia, che arriva dalle imprese stesse. Va detto, comunque, che il Psr attuale della Toscana in qualche modo ha già tenuto un po’ conto di queste considerazioni».

Lorenzo Sandiford