La cooperazione agroalimentare italiana può dare di più all’agricoltura con una Pac riveduta

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Il coordinatore di Agrinsieme Mercuri (Confcooperative): la Pac deve andare ad aziende strutturate e capaci di diventare competitive e bisogna spostare parte delle risorse sui piani nazionali. Giovanni Luppi (Legacoop): il fatturato della cooperazione agroalimentare vale 37 miliardi, il 31% dell’intero agroalimentare italiano, ma può salire perché il prodotto agricolo che transita nella cooperazione è sotto la media europea. Cinzia Pagni (Cia): più aggregazioni anche fra le cooperative di produzione agricola, come è stato per quelle della distribuzione. L'assessore Remaschi: necessario un cambio di mentalità, ma dai Pif toscani un segnale positivo.

Le agevolazioni fiscali arrivate all’agricoltura in questa legislatura sono un importante aiuto per superare la crisi, ma poi «le nostre aziende non potranno fare reddito se non acquisendo più quote di mercato». E la Politica agricola comune (Pac) va riorientata: «le risorse devono andare alle aziende agricole che possono diventare competitive», quelle più grandi e strutturate, «la chiusura di tante aziende agricole è dovuta a una Pac che non ha dato finora gli aiuti giusti»; inoltre, sempre nella logica di aiutare chi sa mettere a frutto gli aiuti, bisogna spostare una parte delle risorse su piani di livello nazionale.  
Questo, in sintesi, il messaggio di Giorgio Mercuri, coordinatore nazionale di Agrinsieme e presidente di Fedagri – Confcooperative nonché dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari, alla tavola rotonda “Dalla politica della cooperazione alla politica per la cooperazione” che si è svolta ieri a Firenze in chiusura delle due giornate di studi organizzate da Accademia dei Georgofili e Agrinsieme sul tema “Cresce la cooperazione agroalimentare, cresce l’agricoltura”. Alla tavola rotonda, moderata dal giornalista Marzio Fatucchi, sono intervenuti anche l’assessore all’agricoltura della Toscana Marco Remaschi, la vicepresidente di Cia – agricoltori italiani Cinzia Pagni, il presidente di Legacoop agroalimentare e copresidente dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari Giovanni Luppi, il presidente di Copagri Franco Verrascina e il presidente della commissione Agricoltura Luca Sani (vedi articolo di ieri).
«Noi siamo convinti – ha aggiunto Giorgio Mercuri - che il futuro della Pac può essere in parte orientato sugli aiuti diretti: probabilmente quelli relativi alla parte ambientale. E in parte invece deve essere fortemente orientato sugli investimenti, quindi sul secondo pilastro, perché così mette in condizione le aziende di poter investire e potersi innovare». La Pac, per Mercuri, non deve abbandonare i contributi a fondo perduto, come vorrebbero alcuni in Europa, e deve indirizzarsi «a favore delle grandi aziende, perché questo significa stimolare le aziende a mettersi insieme per poter portare a casa risorse importanti». La richiesta del mondo della cooperazione di girare più risorse dal livello regionale a quello nazionale, ha chiarito Mercuri, non significa però spostare tutto sui piani nazionali, «perché abbiamo situazioni diverse da una parte all’altra del Paese». Mercuri ha poi invitato i produttori della filiera agroalimentare a rivolgersi ad Agrinsieme per far valere le proprie istanze, perché è più efficace ragionare in termini di agroalimentare che solo di agricoltura, pensando al completamento della filiera, «sia attraverso le cooperative che confrontandosi con l’agroindustria». E a questo proposito ha affermato «la necessità che i ministeri dello sviluppo economico e dell’agricoltura non si incontrino solo occasionalmente».
Portando i saluti della Regione Toscana, l’assessore all’agricoltura Marco Remaschi ha sostenuto che per «aumentare il reddito e garantire l’accesso ai mercati alle nostre produzioni» agricole «c’è bisogno di  innovazioni di prodotto e di processo». E ciò implica fra l’altro favorire tutte le forme di aggregazione in agricoltura, dall’integrazione orizzontale fra produttori a quella verticale lungo le filiere produzione-mercato, per superare il limite del sottodimensionamento aziendale. «La via è quasi scontata – ha detto Remaschi -. Ci siamo arrivati? No, abbiamo bisogno di lavorare ancora a un cambio di cultura dei nostri operatori agricoli». Ma i segnali positivi ci sono stati, secondo l’assessore, come testimoniato dalle risposte ai bandi regionali su pif (progetti integrati di filiera) in cui si è registrata «una maggiore capacità di mettersi insieme».
Cinzia Pagni, vicepresidente di Cia, ha affermato che nonostante un calo del reddito dell’8%, contro un -2% medio in Europa, dall’inizio della crisi, gli agricoltori «si sono dimostrati resilienti di fronte alla crisi». Resta però il punto debole della «scarsa propensione ad aggregarsi, quando invece, in una situazione di crisi in cui i mercati esteri sono fondamentali, ci sarebbe bisogno di più aggregazione e cooperazione». Per Cinzia Pagni «l’aggregazione del modello cooperativo può garantire un futuro migliore all’agricoltura» e «la cooperazione può dare più risposte agli agricoltori, purché ci siano aggregazioni anche al livello della produzione, delle cooperative di produzione, come è successo nella distribuzione». Sui piani di sviluppo rurale e i pif, la vicepresidente di Cia ha chiesto un’ulteriore sburocratizzazione. Infine ha auspicato una strategia di Paese sull’export, perché anche se qualcosa è stato fatto, non è sufficiente, e i grandi gruppi italiani non possono farcela da soli a presidiare il nostro sistema agroalimentare. 
Il presidente di Legacoop agroalimentare, nonché copresidente dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari, Giovanni Luppi ha ricordato alcuni numeri. «Nel settore cooperativo agroalimentare – ha detto –  sviluppiamo 37 miliardi di fatturato, su un fatturato totale dell’agroalimentare italiano di 120 miliardi». Si tratta di una quota del 31%, ma che può essere incrementata alla luce di altri dati. Basti pensare che mentre «in Europa la percentuale di prodotto agricolo che passa per la cooperazione supera il 60%», in Italia non si arriva al 40%. Luppi si è soffermato poi su un altro confronto di dati: il numero delle aziende agricole in Italia nel censimento del 1948, pari a 17 milioni, e quello del 2010, pari a 1 milione e 600 mila imprese agricole, e «probabilmente – ha chiosato - le imprese agricole vere oggi saranno non più di 600/700 mila». Questo significa, ha argomentato, che «c’è un apparato di riferimento, composto da cooperazione, organizzazioni professionali e altri strumenti che mi sembra francamente sovradimensionato rispetto al numero di aziende» e che dovrà in parte cambiare, anche per altre ragioni. «Quando eravamo nel Dopoguerra – ha detto Luppi a Floraviva dopo la fine dell’incontro - l’impresa agricola aveva bisogno sostanzialmente che la cooperativa provvedesse a tutti i suoi bisogni: il ritiro del prodotto, la commercializzazione del prodotto. Oggi siamo di fronte ad imprenditori agricoli molto più dimensionati che posso fare un pezzo del mestiere a casa loro. Le faccio un esempio: nel settore della frutta si possono andare a raccogliere, che so, le mele a casa del produttore, portarle in cooperativa, lavorarle e poi venderle, ma ci possono essere altri modelli in cui il produttore agricolo la confezione delle mele se la fa a casa e dà alla cooperativa da vendere le sue confezioni; vuol dire che si è trattenuto un pezzo di plusvalore a casa propria». Infine, questa è la sua visione di come nella filiera agroalimentare si possa arrivare a dare più reddito agli agricoltori: «più organizzazione in tutti i pezzi della filiera: intanto organizzazione a casa delle imprese agricole, che in Italia rimangono sottodimensionate e quindi gravate di costi anche perché piccole; a valle, la cooperazione o l’impresa di trasformazione del prodotto agricolo deve raggiungere modelli di efficienza più alti degli attuali, questo è inevitabile. Imprese moderne dimensionate possono affrontare con più capacità i temi che attengono all’innovazione di prodotto, oggi fondamentale per stare sul mercato, e il tema di raggiungere mercati fuori dall’Italia. Noi abbiamo in Italia produzioni agricole, le faccio il caso del vino, dell’ortofrutta e dell’olio d’oliva, che sono eccedentari rispetto ai consumi interni. Se non avessimo le condizioni per esportare queste produzioni sui prezzi sarebbe un disastro. Bisogna avere questa capacità di portare fuori all’estero le nostre produzioni eccedentarie».
 
Lorenzo Sandiford