Novembre per gli agricoltori non è più il mese dei crisantemi (-10%)

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Il comparto sconta ogni anno una diminuzione di circa il 10 per cento della produzione. I Mercati dei fiori cedono spazio al vivaismo.

Novembre non è più tempo di crisantemi per gli agricoltori italiani. Questo quanto emerge secondo un’analisi fatta da CIA Piemonte che ha come osservatorio il mercato dei fiori di Torino. L’andamento del fiore più tipico per la ricorrenza dei Santi e dei Defunti, sconta tutti gli anni una diminuzione di circa il 10 per cento della produzione che viene confermata anche per il 2018.
Quest’anno, in particolare, si registrano  fioriture in ritardo per l’andamento climatico sfavorevole (troppa luce) ed ha avuto un buon prodotto solo chi ha ombreggiato con teli e soprattutto chi lo ha fatto per tempo. Sul fronte degli altri fiori, invece, complice il caldo, si sono ottenute buone produzioni (garofano e sterlizia), prezzo basso, ma quantità notevoli, che in parte hanno consentito un lieve recupero sui crisantemi. Buono anche l’andamento delle produzioni di fronde.
Nel 2017, a fronte di una produzione circa pari ad 1,2 miliardi di euro, i fiori e le piante da vaso hanno pesato per il 4 per cento sul valore produttivo di tutte le coltivazioni agricole (2 per cento sul totale agricoltura). Tuttavia, negli ultimi dieci anni il valore della produzione ha ceduto il 29 per cento.   
Sono i dati sul florovivaismo di fine stagione rilevati dalla Confederazione italiana agricoltori, che, a Torino, occupa la parte più ampia del plateatico del Mercato dei fiori: «E’ da anni che la nostra Organizzazione – osserva il presidente di Cia Torino, Roberto Barbero - lancia l’allarme sulle problematiche specifiche del fiore reciso. Da anni si assiste alla perdita sia delle superfici investite, che delle produzioni, non solo in Italia, ma anche in Europa. Nel nostro Paese vi è una riconversione in atto verso il vivaismo, che in parte attutisce gli effetti della crisi del comparto floricolo».
In Europa, sempre secondo i dati Cia, il minor costo del prodotto di alcuni Paesi come Kenya, Colombia, Israele ed Ecuador, corrisponde al 70 per cento dell’import totale dei fiori. Un’emergenza alla quale si aggiunge la crisi economica italiana, che ha contratto i consumi interni a favori di altri prodotti per tutte le fasce di età.
«Sul fronte dei costi – evidenzia ancora Barbero - giocano un ruolo di particolare rilievo i costi di natura energetica (serre riscaldate per alcune produzioni), cosi come altre criticità riguardano le regole di produzione del materiale che viene importato».
FLOROVIVAISMO ITALIANO
Il florovivaismo italiano - che comprende vari segmenti: fiori e fronde recise, piante in vaso da interno e da esterno e quelle utilizzate per gli spazi verdi -  si estende su una superficie di quasi 29 mila ettari grazie all’attività di circa 21 mila aziende ripartite tra 14 mila per il segmento fiori e piante in vaso e 7 mila per quello vivaistico. La produzione di fiori e fronde si attesta in poco più di 3 miliardi di steli, mentre quella di piante in vaso, alberi ed arbusti si stima in 575 milioni di pezzi.
Il valore della produzione delle aziende florovivaistiche italiane è di circa 2,5 miliardi di euro, di cui il 45 per cento, 1,2 miliardi, derivante da fiori e piante in vaso, e il restante 55 per cento,  1,4 miliardi, dai prodotti vivaistici (alberi e arbusti). Il settore rappresenta, nel complesso, oltre il 4 per cento della produzione agricola totale. Il comparto muove un indotto di notevole rilevanza, sia a monte che a valle della filiera. Gli occupati, in base al censimento Istat del 2010, sono oltre centomila, al netto dell’indotto, e rappresentano più del 10% degli occupati agricoli complessivi

Redazione