Barachini sullo stato del vivaismo olivicolo post Coronavirus

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Pietro Barachini
Pietro Barachini intervistato da Floraviva.

Il titolare di Spoolivi Pietro Barachini, esponente di spicco del distretto vivaistico olivicolo pesciatino, dice che il mercato ha subito danni pesantissimi nel comparto garden e gdo, mentre ha retto l’impiantistica, che è programmata. Molte le attività svolte online da Barachini: tutorial su piantumazioni e potature, assaggi guidati ecc. Per lui quasi inesistenti gli aiuti ricevuti: c’è bisogno di liquidità subito e di un Piano nazionale olivicolo con fondi per i produttori di olio e nuovi uliveti, perché il 70% è da sostituire. Tra le ricerche avviate, portainnesti di varietà autoctone toscane probabilmente tolleranti della Xylella, un brevetto di Coripro su una varietà di Leccino autofertile promettente. Strategia: «serve che la produzione vivaistica olivicola certificata confluisca nel settore agroalimentare, quello dell'olio extravergine di qualità» e concepire il distretto pesciatino «come un'azienda vivaistica 4.0» e «Pescia come un giardino all’italiana fatto di oasi verdi produttive»; la produzione deve «diventare bio al 100%».

«Le aziende agricole, e quindi anche quelle vivaistiche, durante i due mesi di lockdown non si sono mai fermate. Il ciclo della produzione delle piante non poteva essere interrotto: avrebbe voluto dire distruggere il lavoro dei 3 anni futuri. Però il mercato olivicolo va differenziato in due comparti: quello legato alla grande distribuzione e ai garden center (in Italia e all’estero) si è bloccato e ha provocato dei danni pesantissimi, considerando che questa tipologia di mercato specifico (garden e gdo) anche per noi (non solo nell’ornamentale) ha il picco in marzo-aprile e visto che le piante invendute vanno ricoltivate con dei significativi costi in più; l’altro comparto, legato all’impiantistica per la produzione dell’olio, è un mercato che viene programmato, quindi è andato meglio, con perdite molto minori, dato che i clienti che avevano programmato la piantagione di olivi, hanno piantato e stanno terminando in questi giorni».
Così viene riassunto l’impatto dell’epidemia da Coronavirus sul vivaismo olivicolo da Pietro Barachini, uno degli esponenti di spicco del vivaismo olivicolo di Pescia, titolare di Spoolivi – Società pesciatina d’olivicoltura e membro di Coripro, intervistato oggi da Floraviva per fare il punto della situazione nel settore fra le difficoltà del presente e le politiche di rilancio. Infatti, come da lui spiegato, «negli ultimi 5 anni la programmazione nel nostro distretto vivaistico olivicolo pesciatino è cambiata drasticamente. Produciamo le piante in base alla richiesta pervenuta almeno 2 anni prima. Le crisi degli anni passati dovute alla sovrapproduzione locale di piante di olivo senza alcuna richiesta ci ha insegnato a programmare».
Altre conseguenze dell’epidemia?
«Ci siamo dovuti adeguare velocemente alla normativa anti Covid-19: dpi, igienizzazione locali, procedure di lavoro distanze ecc. Non è stato semplice perché le normative non erano chiare e cambiavano spesso. Il supporto delle associazioni di categoria (nel mio caso Coldiretti) è stato fondamentale per non perdere le produzioni. Personalmente nella mia azienda ho avuto la fortuna di usare la digitalizzazione di filiera già dal 2015. Il Covid-19 è stato un banco di prova per mettere in atto gli strumenti per stare in contatto virtuale costante con i clienti: abbiamo fatto piantumazioni di olivi e potature via Skype, sessioni di assaggio di extravergini guidato online, che come vi ho già illustrato tempo fa (vedi nostro articolo) fanno parte del nostro percorso di vendita al cliente, dirette su Facebook per seguire passo dopo passo in vivaio le piantine. Una bella esperienza che stiamo coltivando sempre di più».
Che tipo di aiuti sono arrivati alle imprese del vostro settore dai vari livelli di governo (nazionale e regionale o anche più locale) e sono bastati o almeno sono serviti in qualche misura?
«Ad oggi 27 maggio come aiuto è arrivato solo il contributo di 600 euro, solo però per i coltivatori diretti. Non è arrivato altro. Non sappiamo nemmeno se ci verranno in qualche misura restituiti i soldi investiti per adeguare le nostre aziende all’emergenza Covid-19 (che per una azienda con dei dipendenti sono tante). È stata proposta una “cambiale agraria” e diversi finanziamenti da istituti bancari, ma come sempre le banche non ti danno i soldi senza garanzie. Dirò di più. Se si va a leggere il tanto decantato Decreto Rilancio, nella prima bozza c'erano specificati 400 milioni di euro per il florovivaismo. Poi nella versione definitiva di pochi giorni fa, all'articolo 222, quando si parla di filiere in crisi è scritto: “500 mln per il ristoro dei danni subiti nelle filiere del settore agricolo, pesca ed acquacoltura”, che secondo il mio modesto parere vuol dire 500 milioni da spartire tra tutte le filiere agricole in crisi. Tradotto: briciole».
Cos’altro vi attendete ora come sostegno dai vari livelli di governo?
«Primo, che arrivino gli aiuti necessari annunciati per continuare a produrre, perché se no c’è il rischio di non farcela più per mancanza di liquidità. Come ossigeno. Secondo, siccome il nostro lavoro è a lungo termine e nel 2021 produco le piante per il 2023 ho bisogno che in questi due anni le politiche agricole regionale e nazionali mettano in atto gli aiuti per chi produce olio. Perché se si aiuta il settore dell’olio, come è stato fatto coi Pif (Progetti integrati di filiera), poi si alza la domanda di piante di olivo. Nel 2021 le uniche risorse a disposizione saranno i fondi residui del precedente Psr. Quindi è essenziale che venga attuato il nuovo Piano olivicolo nazionale, che comprende in particolare la programmazione delle piantumazioni dei nuovi uliveti italiani con dei fondi ad hoc. La superficie olivetata italiana è di 1 milione di ettari e più del 70% è da ripiantare».
Sul fronte Xylella qualcosa è stato fatto in Puglia: come si riverberano tali azioni sull’attività delle aziende del distretto pesciatino?
«Negli ultimi 20 anni grazie al Servizio fitosanitario regionale nella provincia di Pistoia sono stati adottati dei protocolli di controllo delle produzioni vivaistiche che oggi ci hanno permesso di produrre piante di olivo nonostante l’avanzata della Xylella in Puglia. Dall'inizio dell'epidemia (2011) sono attivi dei controlli sulle piante di olivo in Toscana per verificare se la contaminazione può avvenire nelle nostre zone. Sembra che in Toscana fortunatamente le condizioni climatiche siano sfavorevoli allo sviluppo del vettore della Xylella, Philaenus spumarius (sputacchina). Certo è che non bisogna mai abbassare la guardia. Come comparto vivaistico, attraverso le due associazioni di riferimento del nostro territorio (Corirpro e Associazione vivaisti di Pescia) sono stati messi in campo dei progetti sperimentali sull'olivo. Anche qui però servono soldi per la ricerca e serve un progetto d'insieme a livello regionale, che una volta per tutte possa dire che le piante di olivo pesciatine sono sane e migliori al mondo per creare dei grandi extravergini certificati autoctoni Dop-Igp».
Che cosa hanno prodotto sinora le sperimentazioni portate avanti nel distretto?
«La ricerca in campo del vivaismo olivicolo pesciatino non si è mai fermata. Lavoriamo a stretto contatto con i maggiori centri di ricerca ed università d'Italia. Abbiamo in produzione dei portainnesti di varietà autoctone toscane probabilmente tolleranti della Xylella perché hanno dei caratteri genetici in comune con il Leccino. E a proposito di quest’ultimo abbiamo in produzione un brevetto di Coripro (Millennio) di una varietà resistente autofertile (cioè che non ha bisogno di altre piante per produrre) molto promettente. Abbiamo tantissime varietà autoctone regionali italiane in fase di test per capire la loro tolleranza al batterio. Tutto questo a Pescia. Non mi sembra poco.
Infine, al di là degli aiuti, che politiche e strategie per rilanciare il vivaismo olivicolo in generale e il distretto pesciatino in particolare?
«Serve una ristrutturazione a 360 gradi del modello produttivo del vivaismo olivicolo. Cioè serve che la produzione vivaistica olivicola certificata confluisca nel settore agroalimentare, quello dell'olio extravergine di qualità. Perché se produci una pianta di olivo non sana o di un’altra varietà che non è stata chiesta, che ti muore in campo nei primi anni di vita, rallenti il tuo ciclo produttivo di extravergine, anzi molte volte devi ripiantare tutto da capo. Facendoti perdere i soldi nel periodo di start-up in cui la pianta non produce. Il nostro lavoro deve andare ben oltre il "coltivare olivi" ed essere a fianco di chi produce extravergine di altissima qualità».
E al distretto vivaistico olivicolo pesciatino che serve?
«Per quanto riguarda il territorio serve cominciare ad immaginare Pescia e la Valdinievole come un'azienda vivaistica 4.0 se vogliamo sempre che il vivaismo sia ancora la nostra punta di diamante di eccellenze uniche come l'olivo. Purtroppo negli ultimi anni c’è stata una eccessiva urbanizzazione e oggi ci dicono che ci dobbiamo spostare perché i nostri vivai sono in mezzo alla città. In realtà è la città che è cresciuta in mezzo a noi. Io immagino Pescia come un giardino all’italiana fatto di oasi verdi produttive che vivono con la città. Certo è che va cambiato tutto: servono innovazioni per inquinare meno, diventare bio al 100%, usare meno acqua. Servono infrastrutture come potrebbe essere il Mefit, ma 4.0, funzionale al 100%. Produzioni vivaistiche connesse alla rete per essere trasparenti, per far vedere quanto risparmiamo e quanto inquiniamo meno. Invece siamo rimasti a gli anni 80, ancora a capire come far entrare un camion perché c'è un divieto e la soluzione proposta è ad oggi spostare i vivai in altre zone per far posto alle strade e parcheggi».

Lorenzo Sandiford