Simonato (Intesa Sanpaolo) sulle sfide dei distretti agroalimentari

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Intervista a Renzo Simonato, responsabile direzione Agribusiness Intesa Sanpaolo.

Come ha reagito il comparto agricolo e delle coltivazioni alla crisi pandemica?
Il nostro Paese tra i propri punti di forza conta le eccellenze legate al settore agroindustriale che lo scorso anno ha tenuto grazie a solidità e capacità di puntare sulla qualità. In particolare, nel 2020 è proseguita la crescita dell’export e l’avanzo commerciale ha registrato un nuovo record (3,3 miliardi di euro). Il distretto Florovivaistico di Pistoia ha chiuso il 2020 con un aumento dell’export del 5,1%, superando le difficoltà dei mesi primaverili con una brillante seconda parte dell’anno. Il 2021 è iniziato bene, grazie alla spinta ricevuta dagli interventi di riqualificazione urbana e dalla rivalutazione degli spazi verdi anche dei privati.
Quali sono le caratteristiche strutturali dell’agribusiness?
Distretti e filiere sono gli elementi distintivi che determinano il successo delle produzioni italiane. La nostra Direzione Studi e Ricerche monitora oltre 50 distretti agro-alimentari, ovvero zone geografiche specializzate nella coltivazione e nella trasformazione di prodotti agricoli e alimentari, caratterizzati da una buona propensione all’export. Il Centro Italia ne ospita cinque, tra cui il Florovivaistico di Pistoia, insieme ai distretti oleari toscani e umbri, all’ortofrutta dell’Agropontino e alle produzioni vinicole dei colli fiorentini e senesi. Nel territorio si contano poi numerose eccellenze produttive e di rilevante valore per il Made in Italy: la Toscana è la seconda regione in Italia per numero di produzioni certificate DOP e IGP, ben 94, il Lazio ne conta 68 (settima regione), Marche e Umbria rispettivamente 40 e 36.
Ci parli anche delle filiere che citava, come agiscono nella catena di produzione?
Le filiere dell’industria agroalimentare hanno come capofila importanti realtà che tendono a mantenere il controllo della qualità attraverso le forniture dei piccoli produttori del territorio. In questo contesto si inserisce la Banca con il Programma Sviluppo Filiere dove viene valorizzato il rapporto tra capofiliera e fornitori strategici anche in termini di miglior accesso al credito da parte delle imprese anche di piccolissime dimensioni.
Come si è strutturata Intesa Sanpaolo per dare supporto a queste importanti realtà produttive?
L’impegno di Intesa Sanpaolo a supporto del mondo agricolo e agroalimentare è radicato nel Gruppo e nelle banche via via in esso confluite. La nuova direzione Agribusiness, nata a seguito del rafforzamento della Banca dei Territori, è un centro di eccellenza che punta a cogliere le enormi opportunità di questo settore. Ha sede a Pavia e può contare su 1.000 specialisti a servizio di circa 80 mila clienti e 250 punti operativi di cui 85 filiali, concentrate in particolare nelle aree a maggior vocazione agricola del Paese al fine di valorizzarne le peculiarità e le eccellenze.
Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?
Post pandemia i temi cardine del cambiamento saranno transizione green e digitale. L’agrifood deve garantire cibo a sufficienza sfruttando al meglio le risorse e assicurando prodotti sani. L’innovazione tecnologica consente di ideare soluzioni per consumare meno acqua e suolo, in un’ottica di maggior sostenibilità. La qualità delle nostre produzioni sarà un volano per l’export, ma bisognerà sostenere i processi di internazionalizzazione delle imprese più piccole, e continuare ad investire su nuovi modelli di business: penso all’enorme crescita del commercio online, che impone anche nel futuro scelte strategiche ben precise.

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