Il senatore La Pietra fa il punto sul ddl Liuni sul settore florovivaistico

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A colloquio con il senatore Patrizio Giacomo La Pietra, relatore del disegno di legge Liuni “Disciplina del settore florovivaistico”, al termine delle audizioni dei portatori di interesse ed esperti della filiera in Commissione Agricoltura. Tra i ritocchi migliorativi più richiesti, creare sotto tavoli specializzati e sezioni distinte del “Piano nazionale di settore”, vincoli per impedire una proliferazione di distretti e marchi inconsistenti a danno delle imprese già competitive.

«È stato apprezzato da tutti, anche dai senatori, il fatto che sia stato scritto un disegno di legge (ddl) che finalmente dà piena legittimità all’intero settore florovivaistico, perché il testo del ddl Liuni è in sostanza una specie di legge quadro del florovivaismo. Tuttavia, anche se all’inizio del mio incarico di relatore del ddl Liuni trasmesso dalla Camera dei deputati il 6 novembre 2020 mi dicevano di fare alla svelta, poi nel corso delle audizioni è emerso che questo testo ha bisogno di alcuni chiarimenti e miglioramenti e su questi stiamo lavorando».
Inizia così il nostro colloquio telefonico sul ddl Liuni “Disposizioni per la disciplina, la promozione e la valorizzazione delle attività del settore florovivaistico” con il senatore pistoiese Patrizio Giacomo La Pietra, svoltosi il 14 giugno quando le audizioni dei portatori di interesse ed esperti della filiera florovivaistica presso la Commissione Agricoltura del Senato di cui fa parte sono quasi giunte al termine. 
Quali punti sono da migliorare e chiarire meglio?
«Fra gli elementi su cui c’è più condivisione della necessità di miglioramenti posso citare innanzi tutto il fatto che la composizione del tavolo tecnico, all’art. 6, è molto ampia. Conseguentemente si rischia di avere un tavolo molto generico e si rischia di non riuscire a raggiungere delle sintesi efficaci. Tanto più perché il florovivaismo, nel suo complesso, abbraccia esigenze molteplici e diverse: da quelle della floricoltura a quelle del vivaismo orticolo e quelle del vivaismo ornamentale».
Come intendete porre rimedio a questi rischi?
«Un’ipotesi è quella di razionalizzare il tavolo creando anche dei sotto tavoli. Cioè lasciare il tavolo generale, ma creare anche dei tavoli più specifici e specializzati sui vari comparti. Ciò si rifletterebbe anche sull’art. 9, che riguarda il “Piano nazionale del settore florovivaistico”, lo strumento programmatico di riferimento del settore, che potrebbe essere articolato in sezioni distinte per floricoltura, vivaismo ornamentale ecc.».
Altri elementi su cui c’è convergenza di richieste di modifica?
«Mi pare abbastanza comune l’idea che nell’art. 5 sui distretti si debbano prevedere indicazioni alle Regioni per l’eventuale costituzione di nuovi distretti, con parametri su quando e come è possibile istituirli, in relazione al numero di aziende e la loro concentrazione in un dato territorio, al loro radicamento storico e al Pil generato».
Come mai?
«Altrimenti avremmo una proliferazione di distretti che non aiuterebbe a dare valore aggiunto al settore. E lo stesso vale per la questione collegata della creazione di nuovi marchi: bene farlo, ma solo se serve a innalzare l’asticella qualitativa dei prodotti, con disciplinari precisi, senza concessioni a destra e a manca, e salvaguardando i marchi di aziende private che già sono rinomate e vincenti sui mercati internazionali».
Altre questioni?
«C’è il tema della filiera a cui afferiscono molti soggetti di tutti i segmenti. Va bene valorizzarla, ma facendo riferimento all’articolo 2135 e seguenti del Codice Civile in cui è definita l’impresa agricola. Perché questa legge deve aiutare tutta la filiera, ma partendo dalla valorizzazione dell’imprenditore agricolo».
Sull’articolo 16, che ha suscitato diverse perplessità, che dice?
«Molti ci hanno fatto osservazioni sugli articoli n. 14 (Esercizio dell’attività di manutentore del verde), n. 15 (Contratti di coltivazione) e n. 16 (Partecipazione dei cittadini alla cura del verde urbano). L’aspetto critico è che da una parte si vuole valorizzare il manutentore del verde e affidarsi a professionisti del settore per garantire la qualità, ma poi l’articolo 16 dice di incentivare la partecipazione dei cittadini. Sono due elementi un po’ in contraddizione. Su questi tre articoli dovremo intervenire per armonizzarli meglio fra loro tenendo conto di tutte le esigenze. Anche quelle dei Comuni che spesso non hanno fondi per fare la manutenzione. Perché una cosa è spazzare le foglie secche, un’altra è potare».
E sui garden center, i “centri di giardinaggio”?
«Sui garden center è stata posta una questione sulle possibilità di commercializzazione. Secondo me l’articolo 13 è chiaro nella sostanza, ma c’è solo da definire meglio qualche passaggio».
Altri suggerimenti venuti fuori sui media di settore in questi mesi sono stati: un riferimento ai costi dell’energia delle serre, alla formazione scolastica e un maggior coinvolgimento degli altri ministeri, visto l’impatto che ha il verde anche in altri ambiti come ad esempio quello della salute. Che ne pensa?
«Riguardo alle problematiche energetiche, soprattutto delle serre, credo che sia una mancanza che potrebbe essere utilmente colmata, magari con riferimento al nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Anche la richiesta di un maggiore legame fra preparazione scolastica e mondo del lavoro, attraverso corsi specializzati nel florovivaismo, è da considerare. Sul coinvolgimento degli altri ministeri, in realtà c’è un riferimento sia nell’articolo 6 in cui si parla della composizione del tavolo tecnico di filiera che nell’articolo 8 sul coordinamento permanente di indirizzo del florovivaismo e della green economy. Forse andrà declinato in maniera più chiara».
Insomma, ha concluso il senatore La Pietra, «sono da fare alcune aggiunte di temi mancanti e correzioni per specificare meglio alcuni punti, ma credo che la seconda lettura al Senato possa far emergere un testo non dico perfetto ma sicuramente più rispondente alle aspettative di tutti gli operatori».

L.S.