Proposte di Cia sui Pif, sulla nuova Pac e sulla “industria 4.0”

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Intervista a Dino Scanavino, presidente nazionale di CiaAgricoltori Italiani, al termine dell’incontro del 16 dicembre per il 25° anniversario di Dimensione Agricoltura. Per Scanavino l’idea dei «network dei valori», grazie alla trasparenza e al coinvolgimento dei consumatori, darà più spinta ai Progetti integrati di filiera. Bocciate come appesantimento burocratico inutile alla salvaguardia dell’ambiente le misure del “greening”. Si spera di riagganciare l’agricoltura alle agevolazioni per l’innovazione tecnologica della “industria 4.0”. 

L’idea di “network dei valori” per aggregare e dare spinta a filiere anche tra piccoli agricoltori, artigiani, addetti alla logistica e commercianti (in relazione con gli enti locali), oltre a quelle dei big dell’industria agroalimentare e della grande distribuzione. L’esclusione dalla legge obiettivo dell’emendamento che mirava a includere l’agricoltura nel progetto “industria 4.0”. Il «restyling» della nuova Pac (Politica agricola comunitaria), che incomincerà ad essere discussa entro il 2017, senza «mostri burocratici che frenano gli agricoltori quali il “greening” e una serie di altre complicazioni inutili».
Sono tre delle questioni sollevate dal presidente di CiaAgricoltori Italiani Dino Scanavino durante una delle tavole rotonde tenutesi il 16 dicembre a Firenze, in occasione del 25° compleanno del mensile di Cia Toscana ‘Dimensione Agricoltura’ (vedi nostro servizio). Floraviva ha intervistato Scanavino al termine dell’incontro cercando di chiarire meglio alcuni aspetti di tali questioni. A cominciare dall’idea dei network dei valori, lanciata il 15 novembre all’ultima assemblea nazionale di Cia a Roma, che mira a valorizzare meglio le filiere agricoltori-artigiani-addetti alla logistica-commercianti (ed enti locali) in reti d’impresa territoriali trasparenti, capaci di remunerare adeguatamente anche i produttori agricoli. Quella che Scanavino ha definito «una terza via tra vendita diretta e grande distribuzione», necessaria in quanto la vendita diretta «vale solo il 3% delle vendite agroalimentari» e i piccoli restano spesso fuori dal circuito industria agroalimentaregrande distribuzione.
Nel suo intervento, quando ha parlato dei «network dei valori», ha detto che non si tratta di nuove certificazioni, vorrei capire meglio questa specificazione.
«Perché questo è un progetto di organizzazione socio-economica, prima ancora che un progetto di produzione. Cioè noi dobbiamo permeare la cultura dell’ambiente in cui operiamo, cioè noi (i produttori), gli artigiani e i commercianti, gli addetti alla logistica e alla distribuzione, in un progetto che parli alle persone. Le certificazioni sono un prerequisito, ossia quei prodotti che noi produciamo sono già certificati, perché rispondono a delle denominazioni di origine o semplicemente a norme igienico-sanitarie ecc. Quindi non vogliamo fare un altro marchio, un’altra linea, dove c’è un ente che certifica chi ha fatto quei passaggi ecc. A noi interessa avere, rendere evidente questo patto che nasce, cresce, si sviluppa e coinvolge i cittadini fino alla tavola, fino al momento del consumo».
Sembra un progetto che dovrà contenere o essere accompagnato da una importante componente di comunicazione?
«Certamente, questo è estremamente importante, perché questo sforzo si concretizza solo se la gente è a conoscenza, se le persone si convincono che questo percorso va a loro vantaggio e quindi il comunicarlo adeguatamente, quindi non solo informare ma comunicare, cioè sollecitare la curiosità dei cittadini perché in qualche modo diventi un desiderio collettivo di sapere, di conoscere e di provare».
Un’ultima osservazione su questo tema: il vostro progetto si integra bene con tutte quelle leggi e misure di sostegno relative ai Progetti integrati di filiera (Pif) che fanno parte dei Programmi di sviluppo rurale (Psr) delle regioni.
«Sicuramente. Poi nelle varie programmazioni regionali e negli strumenti che di fatto richiamano la filierache è tradizionalmente intesa come filiera produttiva, di trasformazione e commercializzazionenoi inseriamo un elemento di novità fra la produzione, la trasformazione e la commercializzazione: i consumatori. Questa è la nuova filiera che diventerà il network dei valori, che chiederà di essere protagonista anche nei Pif e anche in altri strumenti».
Quindi volete aiutare i Pif dei piccoli o medio-piccoli (visto che forse le filiere dei big funzionano già da sole)?
«E’ indubbio, perché questo diventa appunto un network, cioè un luogo in cui molti partecipano ma costruiscono un fatto anche economicamente rilevante, composto da tante entità tra di loro coordinate da un’idea, non da una legge, perché di leggi ce ne sono già e non ne abbiamo bisogno».
Un’altra sua osservazione sull’attualità è stato il richiamo alla legge obiettivo e alla mancata approvazione del vostro emendamento che mirava ad includere l’agricoltura nel progetto “industria 4.0”: che cosa era? 
«Noi abbiamo interloquito con le istituzioni dicendo che l’industria va intesa a questo proposito come concetto ampio di industria, cioè chiunque produce è in qualche modo un industriale, e che l’agricoltura ha un problema (un problema e un vantaggio per alcuni aspetti): che è tassata sulle rendite catastali e non sui bilanci, per cui non può aderire alla provvidenza principale di questo capitolo, che sono i super ammortamenti. Cioè c’è un meccanismo per cui si crea un credito degli imprenditori verso lo stato nel momento in cui acquistano macchinari innovativi ecc. Noi siamo alle prese con la necessità bruciante di acquistare macchine innovative per l’irrigazione, per l’irrorazione dei fitofarmaci, per consumare meno, per avere più sicurezza dei lavoratori ecc. E quindi abbiamo bisogno anche noi di avere queste provvidenze. Abbiamo presentato un emendamento appoggiato da molti parlamentari, fra cui l’onorevole Cenni che è toscana, e con parere positivo anche del ministro delle politiche agricole, che però è caduto per effetto della fiducia, che ha fatto cadere tecnicamente tutti gli emendamenti. In quell’emendamento c’era un meccanismo, un sistema studiato per trasformare questo super ammortamento in credito di imposta. Cioè l’agricoltore che acquistava macchine innovative ecc. avrebbe potuto scontare una quota che doveva essere attorno al 20/23% dai contributi previdenziali e dal versamento dell’Iva. Questa cosa consentirebbe intanto di allineare l’avanzamento dell’industria di produzione agricola con l’industria di trasformazione alimentare. Senza di ciò noi creiamo invece un muscolo strappato, cioè l’industria è finanziata per innovarsi tecnologicamente, l’agricoltura no. Qualcuno dirà che lo è attraverso i Psr, ma non è vero perché noi sappiamo che i Psr danno poco peso alle innovazioni in termini di macchine, perché privilegiano, giustamente, altri programmi di sviluppo e quindi rimane un vulnus. Noi siamo sollecitati infatti a ridurre la rischiosità per gli operatori delle macchine e manderemo le macchine ai collaudi, ma avremo dei grossi problemi perché molte macchine non li supereranno. La nostra attività non ci consente di generare risorse sufficienti per fare dei piani di meccanizzazione e lo Stato non tiene conto di questa nostra difficoltà, che è una difficoltà collettiva. Se ci viene chiesto di usare meno fitofarmaci, ci sono macchine che recuperano la deriva; se ci viene chiesto di usare meno acqua, allora dovremmo passare dai rotoloni alla micro-irrigazione, che è un investimento; se ci viene chiesto di spremere meno il suolo, di consumare meno gasolio, di inquinare di meno attraverso le emissioni ma non si viene messi in condizione di farlo, ne deriva un danno al sistema nel suo complesso».
Quando potrebbe rientrare in gioco questo emendamento?
«Bè, adesso vediamo perché col nuovo governo, con un ministro che peraltro aveva apprezzato questo nostro ragionamento, immaginiamo si possa tentare di recuperarlo attraverso qualche via, vedremo quale dal punto di vista legislativo. Bisogna rispettare certi percorsi. Però non demordiamo su questo obiettivo».
Pur essendo voi di Cia molto attenti all’ambiente, fate ad esempio tanta agricoltura bio, sia lei che il presidente di Cia Toscana Brunelli avete citato oggi, fra le cose da cambiare della Pac, le misure cosiddette “greening”, perché e quali sono gli altri elementi che è più necessario modificare?
«Sembra una contraddizione il fatto di dire noi stiamo attenti all’ambiente ma non va bene il “greening”. Ma in realtà c’è un problema, che il “greening” con l’ambiente c’entra poco. Nel senso che è una contabilizzazione burocratica di parti di verde da dedicare alla naturalizzazione che in realtà sono inesistenti. Noi abbiamo un vincolo sulla percentuale di verde in proporzione alla terra coltivata, quindi misuriamo la circonferenza della chioma di un albero, inerbiamo le sponde dei canali, che poi si incendiano quando diventano secche, cioè creano un problema. Insomma facciamo delle cose che con l’ambiente non hanno quasi nessuna attinenza, ma prevedono una serie di obblighi burocratici per dimostrare che l’abbiamo fatto che creano ostacoli dal punto di vista operativo. Quindi ok all’impronta ambientale, ok all’impronta ecologica, ma in una visione che possa essere simbiotica, compatibile con l’attività imprenditoriale. Questo non vuol dire abbassare il livello, vuol dire alzarlo il livello. E poi puntare molto sui temi agroambientali, abbinare i temi agroambientali al mantenimento della popolazione nelle aree interne dell’Italia. Questo è fondamentale perché paradossalmente mentre nella pianura padana si potrebbe vivere anche senza Pac e invece lì se ne prende molta, in certe aree interne non si può vivere senza Pac e se ne prende troppo poca. Questo è un problema serio».  
 
Lorenzo Sandiford