Cannabis light: il più vasto studio nazionale sulla stabilità dei cannabinoidi

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Cannabis sativa ‘Tiborszallasi’

L’associazione Canapa Sativa Italia (CSI) e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di Portici (IZSM) hanno avviato a luglio il più vasto studio comparativo nazionale sulla stabilità del contenuto di cannabinoidi su gruppi di piante di Cannabis sativa ‘Tiborszallasi’ da seme o da talea (provenienti dalla stessa pianta madre certificata) coltivati in differenti condizioni pedoclimatiche: 12 aziende distribuite fra nord, centro e sud Italia. Il presidente di CSI Massimo Cossu: «un’ipotesi teorica da verificare è che le piante di canapa da talea permettano di avere dei valori di cannabinoidi (e quindi anche del THC) più stabili»; «è fondamentale che ogni singolo fiore abbia un valore di THC al di sotto dell’0,5%» (e non sia pertanto drogante). Il responsabile progetto dell’IZSM Augusto Siciliano: «la particolarità di questo studio è il numero considerevole di repliche e la vasta territorialità: ci consentirà di avere un gran numero di dati specifici su circa 800 piante. E il confronto fra seme e talea darà risultati interessanti sia per il mondo scientifico che per quello produttivo». [In foto le piante in vaso oggetto di sperimentazione presso l'azienda della socia di CSI Lisa Bonelli]


La valutazione, tramite analisi effettuate su campioni a fine fioritura, di «come l’ambiente incida sulla produzione di cannabinoidi» di piante di Cannabis sativa non solo della stessa varietà (per la precisione della varietà ungherese ‘Tiborszallasi’) ma derivanti proprio dalla stessa pianta madre certificata e, allo stesso tempo, della «stabilità produttiva di cannabinoidi, sia in piante germinate (quindi provenienti da semi) che in piante derivanti da replicazioni agamiche (cloni di varietà certificate)».
Questo è il doppio obiettivo del progetto di cui è stato annunciato l’avvio nei giorni scorsi da Canapa Sativa Italia (CSI) - associazione che raggruppa un centinaio di soci, fra produttori, trasformatori e ricercatori della filiera canapicola italiana e siede al Tavolo tecnico di filiera presso il Ministero delle Politiche Agricole - insieme al partner Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di Portici (Napoli) (IZSM), che è stato il primo laboratorio pubblico in Italia ad essere accreditato nella rete IZS per la determinazione dei cannabinoidi nei prodotti derivanti dalla canapa ed è ad oggi l’unico ad avere l’autorizzazione del Ministero della salute alla coltivazione indoor di Cannabis con tenore di THC non noto a fini sperimentali.
Un progetto, intitolato “Evaluation of cannabinoid stability: comparison between seed plants and clone plants in different Italian regions”, che deve colmare, come spiega il comunicato, un gap gravissimo: la ridotta presenza di dati e pubblicazioni scientifiche italiane riguardanti la ricerca e l’agronomia sulla intera pianta di Cannabis light. Come? Coltivando 400 piante ottenute da seme e 400 da talee, derivanti dalla stessa pianta madre di una varietà certificata e ammessa alla coltivazione secondo le leggi ed i regolamenti vigenti in materia, che sono state distribuite con terriccio, concimi specifici e vasi di tessuto ad hoc a 12 aziende situate in parti eguali al nord, centro e sud del nostro Paese. Un numero di piante e una distribuzione geografica che garantiscono «uno studio esaustivo del comportamento delle stesse piante per areale e condizione, permettendo un’analisi ecotipica oltre che di stabilità varietale».
Per capire qualcosa di più sulle ragioni, le finalità e le modalità organizzative di tale progetto, Floraviva ha intervistato il presidente di CSI Massimo Cossu, che ha risposto alle nostre domande insieme a Francesco Scopelliti, socio di CSI sin dagli esordi che ha avuto un ruolo molto importante in questa iniziativa. E ha posto poi qualche domanda di ulteriore chiarimento anche al responsabile del progetto in seno all’IZSM, Augusto Siciliano.
 
Presidente Cossu, in che cosa consiste esattamente questo progetto lanciato in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno (IZSM)?
Massimo Cossu: «Abbiamo ideato questo progetto con l’IZSM con la finalità di avviare un rapporto di collaborazione di ricerca scientifica con un ente che potesse darci gli strumenti per portare alla ricerca italiana risultati significativi per il nostro settore. Nello specifico il progetto ha la finalità di valutare la stabilità dei cannabinoidi nelle differenti regioni italiane con condizioni pedoclimatiche differenti. Il confronto, al di là delle condizioni differenti, include anche la valutazione comparativa della coltivazione di canapa da seme rispetto alla coltivazione da clone (partendo da un’unica pianta madre certificata di partenza)».
Come mai?
Francesco Scopelliti: «Ad oggi il settore ha un vincolo normativo che impone la coltivazione ai fini produttivi partendo da semi di varietà certificate, condizione diversa si presenta per la coltivazione di piante ornamentali non destinate ad un’ulteriore finalità produttiva. La riproduzione per via agamica è ben nota in agronomia come tecnica di riproduzione per poter replicare accuratamente la pianta d’origine ed ecco che il progetto ideato ha questa finalità: studiare la stabilità dei cannabinoidi, delle due modalità di riproduzione di Cannabis sativa L. su differenti areali, con l’obiettivo di portare questo dato e poterlo usare in sede istituzionale per proporre modifiche normative con fondamento scientifico».
Quali soggetti sono coinvolti nel progetto, oltre a voi di Canapa Sativa Italia (CSI) e all’IZSM, e come è strutturata la sperimentazione?
Massimo Cossu: «Sono state coinvolte 12 aziende associate a Canapa Sativa Italia per la realizzazione del progetto - oltre ad avere a disposizione uno spazio outdoor, il know how e la disponibilità dei ricercatori dell’IZSM - per coprire una porzione di territorio che fosse più ampia possibile, considerando le differenze pedologiche. Ogni azienda ha ricevuto un pacchetto di semi certificati e 40 talee, poi vasi, terriccio specifico e fertilizzanti. Il progetto, grazie allo sponsor Advanced Nutrients, ha potuto aggiungere un ulteriore grado di complessità: i due gruppi di piante vengono infatti fertilizzati con 3 linee distinte di concimazione a parametri controllati, permettendo così di raccogliere i dati relativi ai cannabinoidi anche in funzione della nutrizione delle piante. Per questo motivo si è scelto di coltivare in vasi e non direttamente in suolo, così da valutare l’incidenza della concimazione sui cannabinoidi, partendo tutti dallo stesso substrato di coltivazione. La coltivazione delle piante avrà termine con il taglio della parte apicale dell’infiorescenza, che verrà codificata tramite codice alfanumerico specifico per ogni singola pianta e spedito all’IZSM, che si occuperà della gestione ed essiccazione dei campioni in un luogo adibito appositamente al progetto. Dopo l’essiccazione ogni campione verrà analizzato singolarmente e ne verranno calcolati i contenuti di cannabinoidi; a seguito degli esiti analitici i ricercatori dell’IZSM successivamente provvederanno all’elaborazione dei dati emersi che verranno pubblicati e resi disponibili».
Che cosa si vuole sapere dalle ricerche precisamente? Ad esempio in relazione alla questione dell’efficacia drogante a seconda del contenuto di THC della varietà?
Massimo Cossu: «L’analisi che ci si propone di fare non è tanto a livello tossicologico. Quindi non interessa direttamente l’efficacia drogante del THC, quanto piuttosto uno studio sulla produzione dei valori dei cannabinoidi nei gruppi di piante riprodotti distintamente su diversi areali nazionali».
E che cosa si intende esattamente nel comunicato per «valutazione della “stabilità produttiva di cannabinoidi”»?
Massimo Cossu: «La teoria che ci ha spinti a realizzare questo progetto è che le piante di canapa coltivate da seme hanno una notevole variabilità nell’espressione di cannabinoidi, a differenza delle talee, che ci permettono di avere dei valori di cannabinoidi potenzialmente più stabili e quindi di conseguenza anche del THC, in virtù delle diverse condizioni ambientali. Con l’esplosione del reparto florovivaistico nel settore canapa, è fondamentale che non sia solo la media della campionatura sulla biomassa a rispettare il limite imposto dalle normative vigenti, bensì ogni singolo fiore dovrà avere un valore di THC al di sotto dello 0,5%. Quindi cosa succede con le genetiche certificate? Una popolazione di semi sarà, per intenderci, come una cucciolata di un cane o un gatto, per cui avremo dei fratelli che sono tutti diversi fra loro, e non avremo garanzie del colore del loro pelo e le loro dimensioni. Una popolazione di semi può contenere al suo interno una variabilità che può costare cara all’agricoltore che vuole vendere i fiori al dettaglio oppure procedere alla vendita per estrazione. Potrà infatti trovare dei valori di THC ben oltre quelli previsti dalla normativa e rischiare quindi di mettere in commercio (o anche solo conservare in magazzino) della sostanza vegetale con capacità drogante. Non sarebbe pensabile per l’agricoltore analizzare ogni singola pianta del suo campo, in quanto non risulterebbe economicamente sostenibile. Nella fase conclusiva di questo progetto verranno analizzate singolarmente tutte le parti apicali di ogni pianta, per mettere in luce questa problematica e avere fra le mani un risultato che ci permetta di apportare informazioni utili al settore canapicolo».
Qual è la tempistica del progetto? Quando è iniziato e quando terminerà?
Massimo Cossu: «Abbiamo proposto all’IZSM questa collaborazione all’inizio del 2021, da lì è stato necessario definire il progetto: in prima battuta da parte del direttore del Comitato Tecnico Scientifico di CSI Samuele Paganelli, e in seconda da parte di Augusto Siciliano, ricercatore dell’IZSM, e di Francesco Scopelliti, tecnico biologo specializzato in produzione di cannabis terapeutica e cannabusiness e, in Oregon, in coltivazione organica e ripresa di suoli poveri, che ho avuto il piacere di coordinare in questa occasione. È stato fondamentale selezionare le aziende in base alla posizione sul territorio nazionale, alle loro capacità di coltivazione, di strumentazione e ovviamente alla loro disponibilità. Coordinare la logistica per le attrezzature e le piantine è stato senz’altro la parte più complessa da gestire per la nostra associazione, che riesce ad andare avanti prevalentemente grazie al lavoro di soci volontari. (siamo tutti operatori del settore e dedicare tanto tempo a un progetto gratuito in piena stagione agricola è un impegno oneroso). In questa corsa contro il tempo siamo riusciti a mettere a dimora le piantine i primi giorni di luglio, coordinando tempestivamente il trapianto per le talee e la semina in plateau per i semi. Da poco le piante stanno iniziando la fase di pre-fioritura. Ci aspettiamo di raccogliere nella prima decade di ottobre, valuteremo la data precisa in base alla maturazione delle infiorescenze per ogni singola azienda».
Dove si trovano esattamente le 12 aziende coinvolte nelle coltivazioni sperimentali?
Massimo Cossu: «Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna per il nord, Toscana, Lazio e Abruzzo per il centro, Campania, Puglia e Calabria per il sud e Sardegna, che nel panorama della canapa italiana rappresenta un caso paradossale: incredibile eccellenza produttiva (in qualità e quantità di ettari coltivati a fiore) ma allo stesso tempo di grandissima incertezza normativa a causa di interpretazioni delle norme in materia dalle Procure locali a sfavore dell’agricoltore». 
Quanto è stato messo sul piatto per finanziare il progetto? 
Francesco Scopelliti: «Il progetto è ambizioso e i costi sono ingenti: sono destinate ad esso diverse decine di migliaia di euro ma potremo essere più precisi alla fine del lavoro».
 
Dott. Siciliano, questo con CSI è il primo progetto di ricerca pubblica sull’intera pianta Canapa sativa tout court o è il primo così approfondito e sistematico?
Augusto Siciliano: «Al momento ci sono differenti progetti in corso sul territorio nazionale in merito alla pianta di Cannabis nei suoi differenti settori di appartenenza. Anche in passato altri enti pubblici come il CREA-CIN di Rovigo hanno svolto importanti attività di ricerca sulla Cannabis. Ma la particolarità di questo progetto è il numero considerevole di repliche e la vasta territorialità che ricopre. Questo ci consentirà di avere un gran numero di dati relativamente all’attività analitica specifica su circa 800 piante e in particolare questo tipo di confronto fra seme e talea potrà contribuire ad un risultato interessante sia per il mondo scientifico che per quello produttivo apportando un valore aggiunto a tutta la filiera canapicola».
Nel comunicato si specifica che l’IZSM di Portici è l’unico ente pubblico del Ssn a detenere l'autorizzazione per la coltivazione di Cannabis a THC non noto ai fini sperimentali: siete la punta di diamante fra i dieci istituti zooprofilattici italiani?
Augusto Siciliano: «Il nostro è stato il primo laboratorio pubblico accreditato nella rete IZS per la determinazione dei cannabinoidi nei prodotti derivanti dalla canapa. L’esperienza dell’IZSM maturata negli anni nasce da un interesse iniziale di conoscenze legate allo sviluppo di nuove filiere agroalimentari di prodotti a base di semi di canapa, a seguito dell'emanazione della Circolare del 22 maggio 2009 del Ministero della Salute che ammette gli usi alimentari del seme di canapa e derivati sulla base delle indicazioni dell’Istituto Superiore della Sanità. L'IZSM ha subito intuito lo sviluppo di questo nuovo settore agricolo, avviando una serie di attività di studio e di progetti sperimentali. A seguito dell'emanazione della legge 242/16, il settore della canapa industriale ha visto una crescita esponenziale in brevissimo tempo, inoltre un “vizio interpretativo” della norma ha dato un ulteriore slancio di crescita esponenziale al settore data dalla produzione e commercializzazione della cannabis light. Nell’autunno 2016 l’IZSM ha supportato, tramite l’attività analitica, le Forze dell’Ordine per il controllo e la verifica di conformità su infiorescenze e prodotti alimentari, inoltre il Ministero della Salute ha istituito un Gruppo di Lavoro in cui ha coinvolto l’IZSM nella definizione dei limiti sul Delta-9-tetraidrocannabinolo negli alimenti».
Quale è stato l’effetto del boom produttivo di cannabis light?
Augusto Siciliano: «Con la crescente presenza sul territorio nazionale di prodotti cannabis light, gli organi di controllo hanno inviato ai nostri laboratori innumerevoli campioni di infiorescenze e di prodotti alimentari a base di canapa, sequestrati presso punti vendita, per verificare il contenuto di cannabinoidi. Il boom legato alla vendita di cannabis light, ha interessato prevalentemente attività legate alla produzione di infiorescenze, in questo ultimi anni, infatti, l’IZSM ha stipulato numerose convenzioni con aziende private, effettuando innumerevoli determinazioni analitiche, per la gran parte su infiorescenze. Inoltre ha supportato le Forze dell’Ordine nelle attività di sopralluogo e campionamento. Oggi, l'IZSM vanta una notevole expertise analitica e di conoscenza del settore e, oltre alla determinazione dei cannabinoidi, ha implementato attività di ricerca utili all’approfondimento dei differenti settori e a rappresentare un supporto istituzionale per un più chiaro orientamento normativo e legislativo. Nell’ambito delle attività svolte e nell’ottica di ampliare le attività di ricerca del settore Cannabis, sono stati allestiti dei locali adibiti alla coltivazione sperimentale indoor di Cannabis con tenore di THC non noto, autorizzata in data 01/08/2019 dal Ministero della Salute, e ad oggi siamo l’unico ente del SSN ad avere questa autorizzazione».


L.S.