Sui principi e le ragioni di un'olivicoltura senza sostanze chimiche di sintesi

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Intervista al microbiologo Domenico Prisa sul suo approccio ecosostenibile all’olivicoltura e all’agricoltura in generale, per cui ha coniato il termine “micronaturale”. Quali vantaggi? «miglioramento della qualità del terreno e della pianta, della resa e della protezione, della tutela dell’ambiente e delle persone».

Venerdì 6 maggio all’Istituto tecnico agrario Anzilotti di Pescia ha tenuto, di fronte a una sala conferenze affollata, un seminario intitolato “Agricoltura micronaturale nell’oliveto”. Un incontro organizzato da Cia Pistoia e Strada dell’olio borghi e castelli della Valdinievole in collaborazione con Collegio interprovinciale dei periti agrari di Lucca, Pisa, Pistoia, Livorno e Massa Carrara e Ordine degli agronomi della Provincia di Pistoia.
Stiamo parlando di Domenico Prisa, un giovane e pluripremiato ricercatore di Biotecnologie vegetali e microbiche che si è formato nelle università di Pisa e adesso collabora con vari centri di ricerca - fra cui il Crea-of (Centro di ricerca per l’ortoflorovivaismo) di Pescia (ex Cra-viv) – oltre a svolgere attività di consulenza e di formazione, come l’appuntamento di venerdì scorso. 
Floraviva lo ha voluto intervistare, in seguito al seminario all'Anzilotti, per capire meglio le ragioni e i principi del suo approccio ecosostenibile all’olivicoltura, chiarendo così anche il significato del termine “micronaturale”, ancora relativamente sconosciuto a molti agricoltori e non solo.
Può descriverci sinteticamente il suo metodo a partire dalla definizione di “micronaturale”?
«”Micronaturale” è un termine coniato come alternativa a biologico. “Biologico” è una parola che fa pensare a chi la utilizza che non fa male, in realtà non è così. Io ho quindi scelto il termine “micronaturale”, con “micro” che deriva da microrganismi, i quali hanno un’azione di stimolazione delle piante e di induzione di resistenza delle difese naturali, e “naturale” che si riferisce a quelle sostanze, praticamente estratti naturali delle piante e rocce vulcaniche, che hanno un effetto sia di barriera contro gli insetti sia di induzione delle difese».
Un aspetto del suo approccio, messo in evidenza nella sua relazione, è l’attenzione all’apparato radicale, su cui il meccanismo della colonizzazione dei microrganismi agisce…
«Sì, l’apparato radicale è fondamentale per l’assorbimento di acqua e nutrienti, quindi quando la pianta assorbe bene acqua e nutrienti è più vigorosa a livello fisiologico, e poi i microrganismi sono fondamentali per la stimolazione del sistema di difesa. I microrganismi che colonizzano la radice permettono una maggiore efficienza della pianta. Agire a livello radicale è poi fondamentale perché quando tu vai a trapiantare le piante, il fatto di avere una radice più efficiente gli permette di superare meglio gli stress idrici e di temperatura. Per quanto riguarda la colonizzazione del terreno, quando io vado a inoculare un determinato ceppo [di microrganimi, ndr], se mi colonizza quella zona dove io lo vado a mettere, gli altri ceppi che sono presenti nel suolo non riescono ad andare in quell’ambiente lì. Quindi crei una sorta di barriera dove tutte le sostanze che sono all’interno di quel settore lì arrivano alla pianta, cosa che normalmente non succederebbe».
E qual è la funzione degli estratti vegetali e minerali nel suo metodo?
«Gli estratti vegetali hanno sia un’azione diretta di repellenza e semi antibiotica nei confronti degli insetti e funghi sia un’azione indiretta sulla pianta, perché la pianta li percepisce come un possibile patogeno e mette in atto la produzione di una serie di sostanze simili ai nostri anticorpi, che poi quando arriva realmente il patogeno, le permette di difendersi».
Creano una difesa immunitaria…
«Incrementano il sistema immunitario delle piante. I microrganismi e gli estratti naturali hanno un’azione di stimolazione del sistema immunitario e un incremento dei metaboliti secondari, le zeoliti invece creano una barriera sulle foglie, una barriera meccanica che ti fa da repellente quando l’insetto vuole aderire alla foglia o la spora del fungo vuole germinare. Solitamente vengono utilizzati in associazione».
Il suo metodo è compatibile con le tecniche convenzionali?
«Questa tecnica, che io ho definito micronaturale, si può utilizzare in combinazione con quello che un coltivatore fa normalmente, prendendo alcuni aspetti di essa, oppure adottandola in alcuni momenti. Ad esempio, si può adottare questa strategia e fare ricorso ai prodotti chimici di sintesi solo nell’eventuale momento del bisogno. Ma si possono anche utilizzare questi metodi micronaturali solo in certe fasi della coltivazione normale».
Passando ai risultati, ha illustrato alcuni test fatti negli oliveti con queste tecniche: come sono andati?
«Sono diversi anni ormai che ci lavoriamo in sud Italia e nel centro Italia, in particolare qui in Toscana, ma anche nel nord Italia, e su varie specie di piante. Oggi abbiamo parlato dell’olivo, però si lavora sul melo, sulla vite ecc…». 
Restando all’olivo.
«Sull’olivo si è riscontrato, ad esempio, un minore attacco o nessun attacco da parte della mosca…». 
In che cosa consistevano i trattamenti contro la mosca?
«Solitamente il protocollo prevede una miscela di microrganismi, di zeoliti e di estratti, realizzata in base alla tipologia di problema. E una volta ogni 20 giorni queste miscele vanno spruzzate sia sull’apparato fogliare che sul terreno. Si hanno tutti gli effetti prima descritti. Nei confronti della mosca la zeolite e gli estratti naturali fanno da repellente sia come meccanismo meccanico ma anche a livello olfattivo».
I risultati?
«Solitamente si hanno effetti pari ai prodotti sintetici oppure in alcuni casi anche migliori. Dipende dall’ambiente in cui lavori. Il vantaggio principale di queste tecniche è che non vai ad uccidere: queste tecniche qui hanno il compito di creare repellenza senza uccidere i patogeni, così non si generano poi delle forme più pericolose e resistenti dei patogeni».
Un altro aspetto importante del suo metodo sono i substrati innovativi per gli oliveti.
«Attualmente sto collaborando anche con dei coltivatori di Pescia, però sono diversi anni che lavoro con aziende di Livorno e Volterra. L’obiettivo è sempre stato recuperare materiali di scarto, come compost verdi, compost misti, scarti delle centrali a biogas, e fare delle miscele con le zeoliti e i microrganismi per ridurre la torba, perché è un materiale che andrà ad esaurirsi e poi il prelievo di torba è un danno all’ambiente. Quindi facendo queste miscele si ottengono substrati a zero torba e recuperando anche dei materiali di scarto »
Oltre a sostituire la torba, hanno altri vantaggi questi substrati alternativi?
«I substrati alternativi permettono anche di recuperare gli scarti e quindi di creare un substrato praticamente a costo zero. Ad esempio prendi i materiali di scarto delle potature, dell’erba e li fai compostare per tre quattro mesi e crei un substrato simile a quello della torba. E poi fai delle miscele a varie percentuali e crei una matrice che può essere utilizzata per la coltivazione delle piante».
Ha parlato anche di corridoi di biodiversità, cioè dell’uso di altre piante all’interno degli uliveti: di che si tratta?
«In generale, quando si lavora sulla monocoltura, quando tu fai la difesa, se tu uccidi un insetto, poi l’insetto si specializza su quella specie lì. Cosa diversa se invece all’interno dell’appezzamento metti differenti tipi di coltivazioni. Maggiore biodiversità c’è sul terreno, maggiore è il controllo degli insetti, perché su determinate specie di piante si sviluppano gli antagonisti dei patogeni».
E tutto ciò non è a svantaggio della produttività?
«No, è a favore della produttività, perché solitamente queste piante rilasciano nel terreno degli essudati che permettono di stimolare lo sviluppo delle piante che stanno accanto. E addirittura rilasciano sostanze che fanno controllo biologico dei patogeni tellurici, quelli del terreno che vanno ad attaccare le radici»
Nel seminario ha fatto un esempio di protocollo per la coltivazione dell’olivo. Chiaramente va adattato alle differenti situazioni, però come può essere sinteticamente spiegato?
«Solitamente quando si fa un protocollo bisogna lavorare molto sulla sostanza organica, sulla concimazione organica del terreno, visto che solitamente i terreni hanno come problematiche: 1) il ph che tende a salire, e questo fa sì che la pianta non assorba gran parte dei nutrienti; 2) l’eccessiva salinità, cioè quando aumenta la conducibilità elettrica, gli apparati radicali vanno in stress; 3) la mancanza di microfauna. Quindi quando tu vai a fare le letamazioni e dai sostanza organica hai un vantaggio, perché le letamazioni acidificano il terreno ti danno la sostanza organica e in un certo modo ti danno anche i microrganismi che sono utili per il trasferimento delle sostanze nutritive alla pianta. Per cui generalmente la concimazione organica la fai due o tre volte l’anno. E poi pensi al discorso difesa, che fai con dei trattamenti per spruzzatura di miscele di zeoliti ed estratti delle piante e microrganismi, lavorando alternativamente sui patogeni fungini e patogeni da insetti, modificando gli estratti e le quantità in base al patogeno che vuoi colpire. Però più o meno la miscela è sempre la stessa e la applichi mensilmente. Lavorando magari anche in periodi in cui normalmente un coltivatore, viste le temperature, non lavora, ma lo fai per dare prima le spore sul terreno. Dal momento che si lavora sulla competizione fra microorganismi, bisogna che la lotta fra patogeni e antagonisti parta alla pari. Quindi si rilasciano i microrganismi quando i patogeni sono fermi, così poi quando le temperature si alzano, partono tutti insieme e la lotta è pari e si ha un controllo migliore».
La massima attenzione è sempre sul terreno…
«La maggior parte delle malattie delle piante sono dovute allo stress di tipo radicale e se si fanno delle valutazioni delle piante, si vede che le malattie si manifestano a livello radicale due mesi prima rispetto alle manifestazioni fogliari. Quindi per me la radice è come il nostro intestino, perché quando lì l’equilibrio microbico è a posto tutto il sistema degli anticorpi e il sistema immunitario è al cento per cento. Lo stesso per le radici. Quindi meno alteri gli ambienti meglio è. Il professionista è colui che riesce a produrre adattandosi alle esigenze delle piante, senza forzarle o alterarle».
Ultimo punto: lei ha detto che con questi metodi di coltivazione aumentano anche i polifenoli dell’olio prodotto. Perché?
«Quando lavori con determinati ceppi di microrganismi, quando vanno a colonizzare gli apparati radicali delle piante si ha un incremento di alcuni metaboliti secondari, che sono solitamente le sostanze utilizzate dalla pianta per la difesa, fra cui i polifenoli, gli antociani, i carotenoli… Quindi se tu vai a farle colonizzare da un microrganismo che è un mancato patogeno, perché noi sappiamo che sono microrganismi simbionti ma la pianta all’inizio li vede come un attacco, le piante per potersi difendere aumentano la produzione di queste sostanze, che poi vanno a finire nel prodotto finale. Quindi sull’olivo, sulla vite, sulle aromatiche. Sui fiori, ad esempio, aumentano gli antociani e quindi aumentano le colorazioni».
Concludendo, come riassumerebbe in una frase i vantaggi dell’olivicoltura micronaturale?
«I vantaggi sono il miglioramento della qualità a livello del terreno, della qualità della pianta, della resa e della difesa delle piante, e, secondo me la più importante, della tutela dell’ambiente e delle persone».
 
Lorenzo Sandiford