L’olivicoltura intensiva lanciata da Cno per sostenere la produzione d’olio italiana

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Intervista a Simone Cagnetti, agronomo consulente del Consorzio nazionale degli olivicoltori, sul modello di olivicoltura intensiva (ma non super intensiva) da lui presentato a nome del Cno durante l’assemblea del 21 giugno a Firenze sul tema “La risposta: più olivicoltura italiana”.  

Oliveti da circa 400 piante di olivo a ettaro, con raccolta delle olive meccanizzata, cultivar italiane dalle caratteristiche compositive e sensoriali uniche al mondo, sistemi di irrigazione efficienti e costi di produzione tra 2,5 e 3 euro al chilogrammo di olio. Sono alcuni dei tratti distintivi dell’identikit di impianto intensivo tracciato da Simone Cagnetti, agronomo consulente del Consorzio nazionale degli olivicoltori, ieri l'altro a Firenze in occasione dell’assemblea del Cno sul tema “La risposta: più olivicoltura italiana”, a cui hanno partecipato qualificati esponenti del comparto olivicolo-oleario e più in generale della filiera agroalimentare (vedi nostro articolo). Un modello di oliveto intensivo che vuole dare una risposta al trend calante della produzione di olio d’oliva in Italia e alla conseguente perdita di quote di mercato dell’olio extravergine made in Italy nel commercio globale, nonostante che quest’ultimo sia in costante rialzo da diversi anni.
A Cagnetti abbiamo posto alcune domande, al termine dell’incontro, per capire meglio come è nata questa proposta che si rivolge in primo luogo a quel 37% di produttori di olio italiani che nella sua relazione sono stati definiti come potenzialmente competitivi (26%) o addirittura strutturati e specializzati (11%). E non quindi al restante 63% di olivicoltura dai costi produttivi elevatissimi, spesso operante in luoghi difficili, che va comunque difesa per la sua valenza ambientale e sociale insostituibile, ma che non deve essere confusa con un’olivicoltura che aspira ad innalzare i livelli produttivi e a una maggiore efficienza economica.
Partendo dai dati negativi a breve e lungo termine della produzione d’olio d’oliva extravergine italiano di cui abbiamo parlato oggi (il 21 giugno: vedi nostro articolo), ci ha spiegato Simone Cagnetti, e tenendo conto del «fatto che tutto sommato la nostra superficie olivicola negli ultimi quarant’anni è rimasta immutata, quando invece gli altri Paesi concorrenti già da 25 a 30 anni fa hanno fatto degli investimenti notevoli in aumento delle produzioni (negli ultimi 30 anni in Italia la superficie è diminuita del 7% e negli ultimi 25 è cresciuta del 2%, mentre in Spagna si è avuto negli ultimi 30 anni il +118% e negli ultimi 25 +22%, e in Grecia +49% e +36%, ndr), nasce la necessità di affiancare al modello attuale di olivicoltura tradizionale, che ha un’importanza insostituibile dal punto di vista…»
...quindi è un modello che deve affiancare non sostituire quello tradizionale?
«Certo, da affiancare a un’olivicoltura tradizionale, che ha una valenza straordinariamente importante per l’ambiente e quant’altro, una nuova olivicoltura più specializzata. Da qui l’idea di promuovere un modello di tipo intensivo, che rispetto ai modelli più esasperati tipo il super intensivo ci permette da una parte di utilizzare le varietà italiane e dall’altra, in parole semplici, di proporre un sistema produttivo che dal punto di vista agronomico sia sostenibile rispetto all’ambiente ma anche rispetto al reddito...»
...da quanto ho capito, non si tratta nemmeno, in certi casi, di espiantare, ma di infittire…
«...esatto. Le opzioni potrebbero essere due: da un lato creare un circolo virtuoso intorno a questa olivicoltura intensiva tale per cui tanti altri produttori agricoli che non sono oggi olivicoltori potrebbero essere interessati ad approcciarsi all’olivicoltura e quindi sarebbero nuove superfici che oggi non sono olivicole che diventano olivicole domani; dall’altro invece, dove possibile, se esistono delle casistiche di possibilità di rinfittimento come ha fatto il Portogallo, anche quello potrebbe essere molto interessante: potrebbero essere anche le aziende olivicole di oggi, quel 37 per cento di aziende di cui abbiamo parlato che hanno una competitività migliorabile, ad essere interessate ad ampliare le superfici olivicole oppure, all’interno della loro superficie aziendale, a riconvertire una parte delle superfici a un’olivicoltura diversa».
Quali sono i parametri principali che distinguono questo modello intensivo da voi proposto dal super intensivo?
«Innanzi tutto il numero delle piante. Noi parliamo di 400, 500 piante al massimo per ettaro, mentre nel super intensivo parliamo di 1250 anche 1600…»
...e quanti sono gli olivi per ettaro degli oliveti tradizionali?
«Quelli si aggirano intorno a 150/200 piante… Quindi parliamo di un intensivo ma molto sostenibile dal punto di vista ambientale e della tecnica agronomica».
Si può adottare anche in collina?
«Sì, fino a pendenze intorno al 25%. Purché ci siano delle disponibilità idriche. Perché il fatto di contrastare l’alternanza di produzione tipica dell’olivo lo si ottiene anche attraverso l’irrigazione, degli interventi di potatura fatti in un certo modo, le concimazioni. Quindi il fatto di ridurre l’alternanza e di contrastare un po’ questi fenomeni avversi del clima, ci permette di avere un minimo di reddito e anche una programmazione della produzione...»
...ma cercherete delle cultivar più adatte alla siccità?
«Sì, certo. Ci sono tanti aspetti. Intorno alle cultivar ci sono gli aspetti legati alla migliore risposta allo stress idrico, ma anche il fatto che un oliveto intensivo promuove la meccanizzazione della raccolta: ci sono olive che si staccano facilmente e olive che non si staccano facilmente. Quindi si può anche banalmente pensare a degli appezzamenti che, al di là del rispetto dell’auto sterilità delle singole cultivar, abbiano uniformità di varietà all’interno degli appezzamenti. Perché quello vuol dire che quando vanno in maturazione tutto l’appezzamento è più o meno nelle stesse condizioni… Insomma ci sono diversi aspetti che incidono…».
...questo modello è una proposta ufficiale del Cno?
«E’ una proposta ai nostri associati che probabilmente poi…»
...sarà avanzata anche a livello politico?
«Immagino di sì».
 
Lorenzo Sandiford