«L’olivicoltura punti sulla qualità delle sue cultivar. all’intensivo, no al super intensivo»

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Pietro Barachini, titolare di Spo, sul modello di filiera olivicola su cui puntare in Italia. Per lui la qualità dell’olivicoltura è compatibile con gli impianti di olivi intensivi (da 400 a 600 piante ad ettaro), ma non con gli oliveti super intensivi (da 1300 per ha) che comportano sistemi di subirrigazione tali da ridurre il contenuto di polifenoli dell’olio. Ogni regione dovrà avere i suoi olivi autoctoni e gli oli prodotti dovranno essere certificati e ben riconoscibili in bottiglia.

iolive, spo, pescia, olivicoltura«L’Italia ha un milione di ettari a oliveto. Circa il 40% di questa superficie è abbandonato. A livello quantitativo delle produzioni non possiamo competere con gli altri Paesi leader dell’olivicoltura. Per cui non esisteremmo a livello di settore dell’olio d’oliva se non avessimo il patrimonio varietale che abbiamo, unico al mondo. Il nostro patrimonio varietale di 586 cultivar offre un contenuto qualitativo dal punto di vista organolettico e dei polifenoli che lo rendono il migliore in assoluto. Quindi l’opportunità è quella».
E’ quanto affermato da Pietro Barachini, titolare di Spo, la Società pesciatina di orticoltura, una delle realtà che fanno parte del Coripro, il 7 luglio al Crea-of di Pescia a latere dell’incontro “Il vivaismo olivicolo tra norme e qualità: innovazione, qualificazione e competitività della filiera olivicola” (vedi nostro servizio). Durante il suo intervento (non programmato) all’incontro aveva evidenziato che «l’Italia ha bisogno di ricostruire la base produttiva» e che «in Puglia andrà portato un milione di piante, speriamo di qualità».
Il vivaismo olivicolo ce la farà a fornire tutte queste buone piante di olivo alla Puglia? E come rispondere ai cali produttivi di olio extravergine di oliva in Italia dovuti alle superfici di oliveti abbandonate?
«L’importante – dice Barachini - è gettare le basi per ricostruire il materiale vegetale autoctono della Puglia o di altre regioni con un sistema di certificazione collaudato o anche innovazioni. Chiaramente, sul fronte produttivo, si tratta anche di restringere il sesto, arrivare a 500, 600 piante a ettaro, ma non certo arrivare a 1300 o 1400».
Ma questo modello da 500 o 600 piante a ettaro non lo definirebbe intensivo o almeno più intensivo?
«Il modello intensivo è stato già classificato. Da non confondere con il super intensivo. Un modello intensivo va da 400 a 600 piante a ettaro, è meccanizzabile e a risparmio idrico».
Dunque questo modello di olivicoltura le sta bene?
«Certo, l’importante è mantenere il panorama olivicolo italiano unico al mondo creando reddito. Ricordiamoci che un impianto a intensità maggiore comporta una fertirrigazione ed una subirrigazione. E ciò a sua volta comporta un livello di attenzione elevato con rischi altissimi di mancata produzione e, se non controllato, si avrà una discesa drastica di livello dei polifenoli dell’olio prodotto, indipendentemente dalla cultivar, perché con quei sistemi di irrigazione si va a dilavare il contenuto dei polifenoli..»
..invece con quel modello intensivo..
«..con quel modello si riesce a mantenere l’autenticità e il livello salutistico dell’olio extravergine».
Su quali cultivar converrebbe puntare in tale ottica?
«Sto portando avanti anche quel discorso lì. Ora è il momento di ricostruire le cultivar. Il progetto per cui ci stiamo adoperando, anche con il Ministero delle politiche agricole, è quello di ridonare ad ogni regione olivicola le proprie cultivar autoctone e in qualche modo tenerle lì dentro».
Ma non mancano le piante madri per farlo?
«Le piante madri ci sono. Ci sono più di 1000 cloni».
Ma con ricostruire che cosa intende? Si riferisce alla necessità di fare ordine di cui ha parlato Tommaso Ganino (vedi nostro servizio)?
«C’è bisogno di fare ordine. Il punto di partenza è fitosanitario. C’è bisogno di lavorare insieme (con il Cnr, i campi di ricerca e campi-collezione) a una certificazione di filiera che riguarderà la pianta e anche l’olio. Per ricostruire quel patrimonio vegetale che poi, spero, andremo a ridonare ad ogni regione. Si immagini che in questo modo potremo poi andare in qualsiasi regione italiana e trovarci davvero un vero olio autoctono..».
..comunque ricostruire vuol dire fare ordine e far sì che nei campi di piante madri, tipo quello del Coripro, ci siano ancora più piante e classificate meglio? o sbaglio?
«Sì, però questo lavoro va fatto tutti insieme».
Ma voi qui in Toscana con il Coripro siete già a buon punto?
«Siamo già a buonissimo punto..»
..ne avete 5 di cultivar già a posto con la certificazione virus esente?
«Sì, 5 cultivar già certificate virus esenti e ne stanno arrivando altre 8…»
…al momento sono ancora nel campo di premoltiplicazione queste otto?
«Sì, certo. Ma più che altro vorremmo dare l’input, speriamo tutti assieme, perché siamo aperti a tutti, di costruire un modello di certificazione, perché abbiamo scoperto che lo stesso modello di certificazione che vale per la pianta può essere applicato anche all’olio. E questo con vantaggi di sicurezza sia a livello agronomico sia a livello salutistico del consumatore».
Questo è un passo successivo..
«..partire da un modello esistente di certificazione è importante perché poi dopo lo possiamo abbinare a un modello successivo e creare una tracciabilità di filiera, perché il consumatore deve poter capire che cosa ha davanti dalla bottiglia: non siamo purtroppo tutti esperti, non capiamo ancora la qualità dell’olio, e c’è quindi bisogno di fornire conoscenze in proposito, dobbiamo comunicarla e certificarla la qualità».
 
Redazione