L'attenzione degli spagnoli agli oliveti storici e le nostre politiche olivicole

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Anche in Spagna, patria di quell'olivicoltura super intensiva che ha garantito la leadership mondiale nella produzione di olio d'oliva, si fa strada l'attenzione agli oliveti storici di cultivar autoctone di pregio, così come alla tutela del paesaggio olivicolo e al binomio olivicoltura-turismo.
È circolata nelle ultime settimane la notizia che una decina di cooperative olivicole e frantoi spagnoli hanno creato un'associazione per salvare il patrimonio di circa 5.000 olivi millenari della varietà locale Farga radicati nel territorio fra Valencia, la Catalogna e la provincia di Aragona. Già da molto tempo infatti si era smesso in Spagna di coltivare piante di olivo di questa cultivar, perché meno produttive, e tali alberi venivano sradicati e utilizzati come piante ornamentali di parchi e giardini. Le piante dei nuovi oliveti intensivi e super intensivi per la produzione su larga scala di olio d'oliva erano delle cultivar Picual e Arbequina. Il progetto dell'associazione prevede l'impegno dei soci all'acquisto di olive e olio degli olivi millenari a prezzo assai più alto di quello del mercato ordinario (si parla del doppio), la creazione di due musei, accordi per la vendita dell'olio nei ristoranti ecc.
Questa notizia è rilevante per il dibattito in corso, e ben documentato da Floraviva, riguardo al modello di olivicoltura a cui l'Italia dovrebbe puntare? Sì, ma entro certi limiti. Lo è nella misura in cui toglie freccie all'arco dei fautori in Italia del tutto intensivo e super intensivo, cioè dell'agricoltura che deve pensare solo a se stessa, alla propria produttività e basta, senza preoccuparsi del contesto in cui si cala e di altri settori dell'economia con cui interagisce. Poiché se anche nella patria dell'olivicoltura super intensiva si capisce che c'è spazio anche per un altro tipo di produzioni olivicole, meno orientate alla quantità e più alla qualità e alla interazione con il turismo, allora vuol dire che non è campato in aria questo modello di olivicoltura più tradizionale, con costi di produzione ma anche prezzi di vendita più alti per l'olio d'oliva extravergine di qualità e legato al territorio. Anzi, non è azzardato leggere l'intera operazione sugli olivi tradizionali Farga come una contromossa del marketing spagnolo per contrastare i piani dell'olivicoltura italiana che dalla sinergia fra olio e paesaggio potrebbe trarre molti vantaggi.
Su questo non ci sono dubbi, tale modello tendenzialmente tradizionale ha una ragion d'essere economica e uno spazio di mercato. Tuttavia la lezione si deve fermare qua. Intanto perché quest'operazione di marketing degli spagnoli mi pare avere un grosso punto debole: anche se dal punto di vista ornamentale gli olivi Farga sono davvero super nella loro maestosità, la qualità dell'olio che se ne ricava non si è mai fatta apprezzare e c'è chi parla addirittura di olio alquanto scadente, sia dal punto di vista organolettico che salutistico. Ma soprattutto nel senso che non è lecito dedurre dalla operazione Farga che il modello dell'olivicoltura tradizionale legata al paesaggio debba essere l'unico da seguire. Tutt'altro! La Spagna, che è una potenza anche dal punto di vista turistico, capisce che deve dare un po' di spazio anche a tale modello di olivicoltura, ma si guarda bene dal rinunciare all'olivicoltura super intensiva, che resta il modello prevalente, quello che le permette il primato produttivo. E a questo proposito va ricordato che l'olivicoltura intensiva e super intensiva spagnola non si limita alle cultivar Arbequina e Picual, ma include anche la Arbosana e la Sikitita, frutto di un programma di miglioramento genetico a partire dall'incrocio fra Arbequina e Picual.
Dunque anche in Italia non c'è motivo per restare attaccati a pregiudizi verso modelli intensivi del genere teorizzato recentemente dal Cno (vedi intervista a Simone Cagnetti) e accettato anche da esponenti del Coripro (vedi intervista a Pietro Barachini) e, a mio avviso, neanche verso il super intensivo, nelle aree del territorio adatte, che esistono, e dove ciò non danneggia il paesaggio. Una preclusione aprioristica e assoluta verso tali modelli sarebbe irragionevole, perché è rischioso rinunciare alla diversificazione produttiva puntando tutto su un solo modello di olivicoltura, un modello d'elite che mira a produrre oli da 15 euro al kg e oltre, e in quantità ridotte rispetto a quelle degli altri modelli. Anche perché, senza mantenere certi livelli produttivi, nonostante l'alta qualità dei suoi oli, l'olivicoltura italiana finirebbe per contare sempre meno nello scenario internazionale di settore. E non va dimenticato che limitare la ricerca scientifica applicata all'olivicoltura a solo certe tipologie di olivi e oliveti potrebbe renderla più sterile, meno efficace, e soprattutto farci perdere l'opportunità di identificare varietà autoctone di pregio adatte anche a modelli intensivi e super intensivi ma al tempo stesso capaci di dare olio di alta qualità e dotato delle proprietà desiderate, sia dal punto di vista organolettico che salutistico.
L'Italia ha bisogno dunque di politiche olivicole aperte, di una sorta di "pluralismo olivicolo" in cui ci sia posto per vari approcci all'olivicoltura: il modello tradizionale rivisitato e direzionato verso l'alta gamma, un modello intensivo adatto alle caratteristiche del nostro territorio e capace di produrre in maggiore quantità oli d'oliva di buon livello qualitativo a prezzi medi, e infine anche un modello super intensivo in grado di raggiungere i massimi livelli di efficienza produttiva così da offrire al mercato un prodotto a basso prezzo e concorrenziale con quelli spagnoli e nordafricani. Quale dei tre modelli avrà più spazio saranno il mercato, le imprese e le esigenze dei territori, tenendo conto anche di altri settori come il turismo, a dirlo. L'importante è evitare faziosità ideologiche aprioristiche e rigidità in un senso o nell'altro.
Tuttavia, un punto va sottolineato con forza. In ognuno dei tre modelli di olivicoltura adottati sarà indispensabile utilizzare piante di ulivo autoctone ad hoc. Molto del successo futuro dei nostri produttori di olio, anche se seguiranno l'approccio intensivo o quello super intensivo, dipenderà dall'adeguatezza e qualità del tipo di piante di olivo che sceglieranno. E chissà che un domani non potremo assaggiare oli extravergini italiani di oliveti super intensivi tanto buoni e sani quanto quelli tradizionali! Cioè quell'olio "super tuscany" a cui ritengo dobbiamo puntare: un olio extravergine di elevata qualità, prodotto però da piante con requisiti tali da consentire la super produzione e la raccolta meccanizzata. 
 
Andrea Vitali